﻿ERCHEMBERTO.
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STORIA DEI LONGOBARDI DI BENEVENTO.
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Titolo originale: Erchemperti Historia Langobardorum Beneventanorum. 900.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it
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L'AUTORE.
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Erchemberto, figlio del nobile Adelgario di Teano, a quel che ci racconta Leone Ostiense, fu inviato a Montecassino da ragazzo perché seguisse la vita del monaco. Catturato nell'881 dal conte Pandonolfo di Capua, perse tutto ciò che possedeva e si recò a Napoli, dove subì un'analoga sfortunata vicenda. Stabilitosi a Capua, dal momento che il cenobio di Montecassino era stato distrutto dai Saraceni, scrisse, su esortazione di parecchie persone, la storia dei Longobardi del ducato di Benevento. Gli ultimi scritti che di lui ci sono giunti sono databili al 900 circa.
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Erchemberto stesso ci riferisce nella sua opera quasi tutte le altre notizie che ancora abbiamo su di lui: catturato nel castello di Pile, nell'anno 881 dai soldati greci, cioè imperiali, del duca di Napoli, momentaneamente alleati del conte Pandonolfo di Capua, perse tutto ciò che possedeva e venne a Napoli. Pochi anni dopo, se è da prestar fede ai manoscritti, nell'884, subì un'analoga sfortunata vicenda ad opera dei Greci al soldo del duca Atanasio di Napoli, che lo depredarono di tutto mentre andava a Capua con i monaci. Poterono riscattare i servi e pochi cavalli, ma Erchemberto rimase appiedato con il suo precettore. Si rivolsero a Napoli, ma non ottennero alcuna restituzione. In quegli anni Erchemberto stette a Capua, presso i beni del monastero, perché il cenobio di Montecassino era stato distrutto dai Saraceni. Quando Atenolfo, gastaldo di Capua, incamerò le proprietà del monastero, l'abate inviò proprio il nostro monaco a Roma, per fare in modo che il papa intercedesse presso il gastaldo onde ottenere la restituzione di quanto sottratto. Erchemberto assolse degnamente l'incarico riportando, come egli stesso narra, la benedizione per i monaci, un privilegio per il monastero, ed una lettera per Atenolfo. L'esortazione del papa ebbe efficacia, ma limitatamente ai beni conventuali, mentre quelli privati di Erchemberto restarono definitivamente perduti. Anzi, il giovane fu allontanato persino dall'alloggio che l'abate gli aveva assegnato.
In seguito scrisse, per esortazione di parecchie persone, la storia dei Longobardi del ducato di Benevento, lavoro che inizia dalle origini del ducato e si ferma all'889. L'affetto e il dolore per la sua gente emergono con chiarezza in Erchemberto non solo nell'introduzione, dove espone con toni un po' venati di compiacimento retorico, ma non per questo meno sinceri, i suoi sentimenti, ma anche in altri punti, ad esempio nell'esaltazione del capuano Atenolfo per la vittoria sul duca di Napoli Atanasio, benché Atenolfo l'avesse impoverito e maltrattato. L'unico dato che ancora ci giunge, riguardante la sua vita, è costituito da alcuni versi premessi ad un martirologio, databile al 900 circa, che vengono assegnati esplicitamente al nostro monaco.
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Il mondo di Erchemberto è ristretto al meridione dell'Italia, e, pur cogliendo le ripercussioni che su di esso hanno le vicende d'oltralpe, di queste al nostro monaco desta interesse solo quanto riguarda Benevento. La sua attenzione, tutto sommato, si esaurisce nel descrivere con minuzia quasi quotidiana gli atti e le rivalità tra le famiglie nobili che, durante il nono secolo, furono protagoniste della vita nella regione beneventana. I fatti del settentrione longobardo, ormai sotto il dominio franco, sono sostanzialmente ignorati, più attenzione è volta, invece, all'incidenza del papato, degli imperiali e dei mussulmani: tutte forze che operano nel meridione. Per limitatezza d'orizzonte, o per intuito, Erchemberto rileva il distacco che stava nascendo tra il meridione e il settentrione dell'Italia.
Il limite nella profondità e nell'ampiezza degli interessi storici del monaco non toglie, tuttavia, valore di documentazione al suo scritto. Il linguaggio è scorrevole, abbastanza ricco nell'espressione, variato occasionalmente da brani in poesia. La lingua, tuttavia, presenta qualche distrazione sintattica e, a volte, un po' di monotonia nei richiami ai personaggi, benché al di sotto traspaia una formazione letteraria di notevole livello.
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L'OPERA.
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Le vicende del regno longobardo sono state ampiamente trattate da Paolo Diacono nel suo libro Storia dei Longobardi che giunge fino al momento in cui il regno longobardo cadde nel 774 con la resa di Pavia, e Carlo si fece riconoscere re dell'Italia. Rimaneva il ducato di Benevento, il quale continuò con una dinastia longobarda per vario tempo, lottando per la sopravvivenza sotto la pressione al nord dei Franchi, a oriente e al meridione degli imperiali e dei Saraceni, anch'esso dilaniato nel suo interno da lotte fratricide, che lo frantumarono, creando contee e gastaldati ostili fra loro, e lasciando gioco alle scorrerie mussulmane. Della vita di questo ducato meridionale lo storico, ma meglio possiamo chiamarlo cronachista, è Erchemberto.
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STORIA DEI LONGOBARDI DI BENEVENTO.
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1. La successione dei Longobardi, l'esodo e il sito del loro regno, cioè la loro origine, e come, usciti dall'isola della Scandinavia, migrarono nella Pannonia, e poi dalla Pannonia in Italia e ne abbiano preso il regno, Paolo(144), che ne era profondo conoscitore, lo narrò con ragionata riflessione e in una densa sintesi, che copre i tempi da Gambara con i suoi due figli fin quasi al regno di Rachis(145). Non senza motivo, però, la sua età lo trattenne dal parlare di questi ultimi tempi, poiché fu in essi ch'ebbe fine il regno dei Longobardi(146); è costume, infatti, del dotto storiografo, soprattutto se parla della sua stirpe, trattare soltanto quegli aspetti che sa esser utili ad accrescerne la gloria. Infine, io, Erchemberto, fui sollecitato da numerose persone a scrivere una breve storia dei Longobardi che vissero a Benevento, iniziando quasi dall'origine del ducato, ma principalmente da Adelgiso, uomo insigne e sagace. E, poiché ai giorni nostri non si trova nulla di così apprezzabile e degno di lode, che valga la pena sia trattato in uno scritto inteso ad essere veritiero, narrerò con la mia penna, che pur è spiccia e disadorna, e traendo profondi sospiri dall'intimo del cuore, non il regno dei Longobardi, ma la distruzione loro, non la felicità, ma la miseria, non il trionfo, ma la rovina, non come ottennero successi, ma come non li ebbero, non come vinsero altri, ma come da altri furono debellati, perché ciò serva di monito ai posteri. Cedendo a queste insistenze, chiarisco che descriverò non tanto le vicende che colsi con i miei occhi, ma piuttosto quelle che mi sentii raccontare, imitando solo per questo aspetto l'annuncio degli evangelisti Marco e Luca, i quali scrissero il messaggio che avevano udito, non visto(147).
2. Quando ebbe presa e soggiogata l'Italia (774), Carlo(148) le impose come re suo figlio Pipino; indi, assieme a lui, si diresse più volte a conquistare Benevento, attorniato da un esercito fitto di schiere sterminate (781). In quel tempo reggeva il ducato di Benevento Arichi, genero di Desiderio(149), uomo profondamente cristiano e molto illustre e valorosissimo nelle attività di guerra. Il quale, udendo dell'invasione che veniva, concesse la pace ai cittadini di Napoli, che erano assillati con un'ininterrotta pressione dai Longobardi, e assegnò loro razioni giornaliere nella Terra di Lavoro(150) e nell'Agro Nolano(151), garantendo con atto di misericordia la distribuzione agli abitanti, avendo timore, come si può supporre, che i Franchi trovassero un accesso per entrare a Benevento grazie alla scaltrezza di quelli (787). Quando l'esercito dei Franchi giunse su Benevento, Arichi resistette in un primo tempo con le forze che poté, ma, alla fine, poiché combattendo aspramente i soldati distruggevano tutto fino alla radice a mo' di locuste, preoccupato più della salvezza dei cittadini che dei suoi sentimenti per i figli, consegnò a Carlo la sua prole quale pegno, cioè Grimoaldo e Adelchisa, e insieme tutto il suo tesoro; di questi, Adelchisa fu restituita al genitore dopo molte preghiere, Grimoaldo, invece, fu portato fino ad Acqui dal re nel suo viaggio di ritorno, dopo che ebbe concessa ad Arichi la pace coll'impegno che versasse un tributo.
3. Colta, dunque, l'occasione e, se vogliamo dire, atterrito dalla paura dei Franchi, Arichi fece erigere con una costruzione meravigliosa tra Paestum e Nocera una città munitissima e assai elevata, a mo' di sicurissima fortezza, la quale, grazie alla contiguità del mare, che, appunto, è salso(152), e a causa del corso d'acqua che ha nome Lirino(153), venne chiamata Salerno, fondendo insieme i due vocaboli; lo scopo era, naturalmente, che servisse da futura difesa per i principi, se un esercito si fosse spinto su Benevento. All'interno delle mura di Benevento, poi, fece innalzare al Signore un tempio fastoso e bellissimo, che intitolò Aghia Sophia con parola greca, cioè Santa Sapienza; e, istituendo un cenobio di monache, arricchito con larghissime proprietà e con svariate risorse, stabilì che restasse per sempre sotto la giurisdizione del beato Benedetto. Costruì parimenti in quel territorio, per l'uomo di Dio Alifano, una chiesa in onore del Signore Salvatore, e istituì un monastero di fanciulle, che pose sotto la protezione del santissimo Vincenzo martire.
4. Defunto, poi, Arichi, i maggiorenti dei Beneventani tennero consiglio, e quindi inviarono ambasciatori a Carlo, insistendo con molte preghiere che si degnasse di concedere loro che a governarli fosse quel Grimoaldo che egli già da tempo aveva ricevuto quale ostaggio dal padre di lui. Il re, acconsentendo alle richieste, lo inviò subito da loro, e insieme gli concesse il diritto di reggere il principato; ma prima lo vincolò con questo giuramento: di far radere la barba ai Longobardi, e di imprimere le lettere del suo nome sulle monete e di intitolare sempre col suo nome i documenti. Ricevuta, dunque, licenza di tornare, Grimoaldo fu accolto con grande gioia dai cittadini di Benevento, e, per un certo tempo, ordinò, in effetti, che sui suoi aurei ci fosse il nome di Carlo, e fece intitolare anche allo stesso modo per qualche tempo i suoi scritti; quanto agli altri impegni, giudicò di non doverli osservare, e poi diede inizio ad un atteggiamento di ribellione.
5. In questo stesso periodo, Grimoaldo prese in matrimonio la nipote dell'Augusto dei Greci(154) di nome Vantia; ma, non si sa perché, il vincolo ebbe una conclusione infelice. Il loro amore, infatti, prima appassionato, si trasformò in tanto odio che, colta l'occasione dei Franchi che combattevano dappertutto intorno a lui, Grimoaldo la allontanò da sé secondo il costume ebraico; e, datole l'avviso del ripudio, la fece trasportare con la forza nella sua patria. È certo che, anche se lo fece per calcolo, tuttavia non riuscì affatto a sedare la ferocia di quelle genti barbare; infatti, le terre e le cittadine della zona di Teano furono sottratte al dominio dei Beneventani da allora fino al dì presente. In quell'occasione, i Franchi conquistarono anche la città di Nocera, ma rapidamente Grimoaldo la riprese (802), e in essa fu catturato il duca di Spoleto Guinichiso con tutti i combattenti che lì furono trovati.
6. Frequentemente Carlo s'avvicinò a Benevento per assalirla, assieme a tutti i suoi figli, che aveva già nominati re, e con una schiera immensa di combattenti; ma, poiché Dio, dal cui governo ancora eravamo sostenuti, combatteva al nostro fianco, egli, dopo aver perduto un numero incalcolabile dei suoi a causa di epidemie, se ne tornò più d'una volta ingloriosamente. Per cui successe che, essendo Pipino re a Pavia e governando Grimoaldo a Benevento, ripetutissimi scontri affliggevano i Beneventani, sicché non ci fu pace neppure per un momento finché quei due furono vivi. Splendevano di età giovanile ed erano tutt'e due inclini alle passioni e alle battaglie. Pipino, sostenuto dall'appoggio dei suoi combattenti, lo tormentava con scontri inesausti e ininterrotti; Grimoaldo, a sua volta, sorretto da città ben munite e da numerosissimi notabili, non curando e spregiando gli assalti di lui, non gli cedeva in nulla. Pipino sosteneva per bocca dei suoi rappresentanti: "Voglio, e così m'impegno a imporre con forza, che, come il padre di lui Arichi fu un tempo soggetto a Desiderio, re d'Italia, così lo sia a me anche Grimoaldo!". E Grimoaldo gli ribatteva: "Sono libero per nascita da parte di ambedue i genitori; sarò sempre libero, credo, con la protezione di Dio!".
7. (807) Quando quest'ultimo venne sottratto alla luce di questa vita, assunse il potere di reggere Benevento Grimoaldo II, tesoriere del precedente Grimoaldo di divina memoria, uomo molto mite e d'animo così mansueto che strinse impegni di pace non solo con i Franchi, ma anche con tutte le genti stabilite dintorno, e che donò la sua pace e il suo favore agli abitanti di Napoli (808). Ma l'antico nemico(155), poiché è sempre ostile agli uomini pii e amanti della pace, e lavora a seminare contro di loro guerre e germi di discordia, accese con la malizia delle sue arti un uomo rispettabile, un tale Dauferio, e gli fece progettare assieme ad alcuni figli di Belial un piano orrendo contro il principe: avrebbero organizzato un agguato sul percorso, di modo che, quando Grimoaldo transitasse per il ponte di Vietri dirigendosi alla città di Salerno, spinto dai membri di Satana, sprofondasse nei flutti per esser pasto ai mostri del mare. Ma Grimoaldo ne ebbe rivelazione da Dio che conosce le cose occulte, e, chiamati a sé i suoi, attraversò incolume il ponte; prese, invece, e gettò in catene quelli che erano stati nemici della sua vita (816). Dauferio, che allora non era lì presente, quando lo seppe, prese la fuga e fu accolto dai Napoletani. 
8. Venutolo a sapere, Grimoaldo non si comportò con fiacchezza e subito prese la strada per Napoli, ordinando all'esercito di affrettarsi dietro di lui. Ma quando fu arrivato presso la città, la gioventù di Napoli prese le armi, e di lontano gli si fece incontro audacemente a battaglia. Appena egli se ne rese conto, come prima cosa si preoccupò subito di chiudere loro la strada del ritorno, e solo così, infine, volle ingaggiare lo scontro. E fece un così gran massacro di nemici per terra e per mare, una volta iniziata la battaglia, che lo specchio d'acqua adiacente impiegò sette giorni e più per ripulirsi del sangue dei morti, e ancor oggi si possono vedere sulla terra i tumuli dei cadaveri degli uccisi: come venni a sapere dagli abitanti del luogo, caddero in quella battaglia circa cinquemila uomini. Dauferio e il comandante militare che allora lì governava, sfuggiti loro soli, riuscirono a rifugiarsi all'interno delle mura della città, ma neppure lì ottennero davvero pace; infatti, le mogli degli uomini uccisi in battaglia uscivano, e li inseguivano, gridando: "Ridateci, ridate alle nostre case, quelli che avete ucciso iniquamente, voi uomini senza patria! Perché avete avuto l'ardire di levarvi a battaglia contro colui che sapete sicuramente invitto?". Grimoaldo li inseguì accanitamente fino alla porta detta Capuana: la colpì, persino, con la sua lancia, e non c'era nessuno che riuscisse a resistergli. Chiuse e sbarrate le porte, trovarono salvezza solo quelli che erano rimasti dentro le mura. Grimoaldo, dunque, tornò all'accampamento assieme al suo esercito senza perdite, e, il giorno seguente, il governatore militare(156), ch'era sfuggito, versò quale compenso per la fatica sostenuta e per i congiunti uccisi ottomila aurei al suddetto principe, e riportò Dauferio nei suoi favori come prima. Infine Grimoaldo, grazie alla consueta benignità, fece una donazione dai suoi beni a Dauferio, assegnandogliela con un decreto, e non gli rifiutò il favore e l'amicizia precedenti. Frattanto, il conte di Conza Radechi e il gastaldo di Acerenza Sicone, che Grimoaldo poco prima aveva ricevuto come ospite, accogliendolo con moltissimi onori, congiurarono dolosamente contro di lui, e lo uccisero con la spada, mentre già stava traendo l'ultimo respiro (817). 
9. Ucciso, dunque, Grimoaldo senza che avesse colpe, Radechi insediò Sicone come principe in suo luogo. Dopo non molto, però, Radechi, rinunciando virilmente a tutti i beni del mondo per paura della gehenna(157), prese i voti, e, avvinto in una catena fino al collo, entrò nel cenobio del beato Benedetto a militare per Cristo, proclamandosi inoltre colpevole ed empio, e gridando che aveva compiuto azioni malvage e crudeli. Indossando l'abito del monaco, si costrinse a vivere in una penitenza così dura del corpo e dell'animo, sotto gli occhi e la testimonianza di chi abitava nel medesimo monastero, che non v'è dubbio per alcuno che meritò di ottenere il perdono di tutte le sue azioni. Spesso il diavolo, girando per gli ambienti del sacro monastero, lo tentava, e gridava con voce chiara e udita da molti: "Ohimè, Benedetto! Perché mi consumi da ogni parte? Prima mi cacciasti iniquamente da qui, e ora ti prendi le mie membra!".
10. (818) Sicone, dunque, investito del principato, rinnovò il trattato con i Franchi, perseguitò i Beneventani con bestiale ferocia, e, ancora in vita, nominò erede del principato suo figlio Sicardo, persona molto infida, inquieta, aggressiva e gonfia di boria (821). Durante lo stesso periodo, Sicone mosse guerra in moltissime riprese ai Napoletani (di cui già feci menzione), e la città, vigorosamente assediata per terra e per mare, e assalita fortemente con spuntoni e macchine demolitrici sarebbe quasi stata presa, se le fosse mancata l'ingegnosità. Infatti, quando la muraglia lungo la riva del mare si trovò sfondata per opera degli arieti e delle macchine da guerra, ed ormai i soldati tentavano di entrare in massa, il comandante della città, dati subito come ostaggi la madre e i suoi due figli, scongiurando Sicone con abile scaltrezza gli mandò a dire per mezzo di messaggeri: "La città è tua con tutto quello che contiene dentro di sé; piaccia, dunque, alla tua misericordia di non darla al saccheggio; entra nel giorno di domani, invece, gloriosissimamente con il trofeo della vittoria, per prendere possesso di noi e di tutte le nostre cose!". Allettandolo in questo modo, gli diede l'impressione d'essere sincero, e così ottenne una dilazione fino al giorno dopo. Ma, nella notte seguente, la breccia nella città fu chiusa con un muro saldissimo, e all'alba, quando aveva promesso di consegnare sé e la sua città, prese le armi della guerra e si oppose a Sicone con una straordinaria battaglia. Assaliti, dunque, molto duramente dal padre e dal figlio per sedici anni ininterrotti, i cittadini di Napoli, quando erano giunti ormai al limite estremo, si affidarono per difesa ai Franchi. In questi giorni guidava i Franchi il figlio del precedente imperatore Carlo, l'imperatore Lodovico, soprannominato Pio, il quale, associandosi come correggente nel regno il figlio Lotario, fu da questi preso e messo in prigione assieme alla sua compagna, ma, fattone uscire dai suoi dignitari, fu riportato all'originario potere(158). Poiché i Franchi diedero la loro protezione, per qualche tempo quelli tolsero l'assedio (831).
11. Circa in questi tempi, il popolo degli Agareni, uscendo in forte schiera da Babilonia e dall'Africa come uno sciame d'api, si diresse in Sicilia (832), devastando ogni cosa all'intorno e abbattendo moltissime città e fortezze di quell'isola; infine, presa l'insigne città di nome Palermo, vi risiede fino ad ora, e l'isola ormai geme soggetta tutta al potere di quelle genti (840). Frattanto morì Lodovico, il quale era stato il secondo imperatore dei Franchi(159), e divenne erede di quel regno Lotario, che già ricordammo. A partire da costui il regno dei Franchi si trovò diviso, poiché Lotario possedeva il regno di Aquisgrana e dell'Italia, Lodovico quello della Baviera, e Carlo(160), nato da altra madre, quello di Aquitania.  
12. (833) Riprendiamo ora la narrazione da avvenimenti precedenti. Morto Sicone, ebbe il potere da solo suo figlio Sicardo, il quale aveva già regnato felicemente per alcuni anni con il padre; egli, per superficialità del suo animo, cominciò a perseguitare e a dilaniare con belluina voracità il popolo a lui affidato. Nel frattempo, come Assuero aveva fatto con Aman, così costui privilegiò su tutti un certo Rofrido, figlio di un Dauferio soprannominato Profeta, e per opera dei consigli distorti di quest'uomo commetteva molte azioni sacrileghe e blasfeme. Fu, però, avveduto nelle attività di questo mondo, e molto astuto e scaltro al di là di quanto si può credere; infatti, circuì il suddetto signore con i suoi abilissimi incanti al punto che non si arrischiava a fare mai nulla, neppure per un momento, in assenza di lui o se egli non era d'accordo. Quello fu così raggirato e intrappolato da lui che condannò all'esilio perpetuo senza cagione suo fratello germano di nome Siconolfo (834), e che destinò alla morte o al carcere tutti i notabili della gente beneventana; si preoccupava di ciò, evidentemente, di venire eliminato con la massima facilità, pur senza spargimento di sangue suo e dei suoi, mentre era abbandonato e privo dell'appoggio dei maggiorenti. Per questo motivo impose la tonsura al suo parente Maione e lo fece rinchiudere in un monastero, e, inoltre, fece impiccare Alfano, uomo illustre e di estrema forza fisica, del quale nessuno gli fu più fidato in quel tempo. E allora fu fatto un immenso spergiuro in Benevento, da cui si arguisce che l'ira di Dio sarebbe stata provocata al più presto per distruggere la terra.  
13. Questi continuavano ad essere i suoi(161) atti; e avvenne per divina provvidenza che, mentre tentava di uccidere un altro innocente, egli fu colto da malattia e morì, colpito dal cielo parimenti nello spirito e nella carne. Ma prima di morire, onde accrescere più giustamente il cumulo della sua perdizione, per amor di denaro deposto dalla guida del monastero e affidò al carcere, più per ragioni di potere secolare che per adeguati motivi, il vicario del beatissimo Benedetto(162) di nome Deusdedit, uomo spettabile e degno di Dio, noto per la santità: è risaputo che ancor oggi le sue ceneri, dove riposa inumato, curano molto spesso le persone prese da febbre e sofferenti di varie infermità, che vadano a pregarlo piene di fede. Che cosa dirò, dunque, delle infamie di quest'uomo, dal momento che, avvalendosi del calcolo dei giorni dell'anno intercalare, occupò le proprietà terriere delle chiese e dei cenobi, strappò violentemente i beni dei nobili e delle persone comuni, si appropriò di corti ricchissime (839)? Morì, così, anche questo misero, e, poco dopo, il principe Sicardo venne soppresso con la spada da un figlio di Belial(163) di nome Adelferio; poiché Dio retribuisce con giustizia, lui che spesso riproduce l'iniquità del padre nei figli e punisce colpendo soltanto la carne: e così, poiché il padre Sicone aveva ucciso indebitamente il suo signore Grimoaldo, il figlio di lui per punizione divina fu ucciso dai sudditi. Costui morì in tal modo, ma l'uccisore non ne godette a lungo: infatti, egli pure fu ucciso poco tempo dopo da un bastardo di Sicone, di nome Albo, chiaramente secondo la parola del Signore: sicché colui che trafisse con la spada il corpo del prossimo, esperimentò in sé stesso il giustissimo giudizio del taglione, cioè subì analoga vendetta. 
14. Uscendo, dunque, Sicardo da questa luce terrena, assunse il governo del principato Radelgiso, suo tesoriere, uomo mite e ricco di buoni costumi, che nella sua elezione ebbe il consenso di tutta, per così dire, la regione di Benevento (840). Quando questi meritò la signoria, Siconolfo, che precedentemente era stato mandato in esilio, come raccontai, fuggì dal carcere e, cercando un rifugio, stette nascosto per qualche tempo presso il suo parente Orso, conte di Conza. In questo periodo, i figli di Dauferio Balbo, cioè Romoaldo, Arichi, Grimoaldo e Guaiferio, abbandonando le mura di Benevento, invasero Salerno, e, trovato Siconolfo, che stava lì nascosto, lo costituirono all'unanimità loro signore. Allora avvenne una tale divisione quale mai ci fu in Benevento, da quando i Longobardi vi erano entrati. Infatti, prima della venuta di Siconolfo a Salerno, il principe Radelgiso aveva inviato Ademario per convincere i figli di Dauferio a giurargli fedeltà; ma costui, andando lì, tradì astutamente il suo principe e lo abbandonò, alleandosi con quelli e infiammandoli ancor peggio.
15. In quel medesimo tempo governava già Capua come gastaldo Landolfo, che era un uomo molto bellicoso e prontissimo alla guerra. Costui, che nutriva un'antica ostilità contro certuni della casata dei Sedotti, vipere crudeli d'animo e di stirpe, fece uccidere sette tra i loro notabili, e ad uno di loro fece tagliare le mani; gli altri si salvarono con la fuga e andarono a Benevento da Radelgiso, ch'era imparentato con loro. Landolfo, entrato a Sicopoli(164), si sottrasse alla signoria di Radelgiso e si alleò con Siconolfo, e, come prima cosa, strinse un impegno di pace con i Napoletani. Allora Siconolfo, confidando nell'aiuto di costui e dei suoi figli, legò al suo servizio l'intera Calabria e la massima parte dell'Apulia; poi cercò di levarsi in armi contro Benevento, e, sottraendo al dominio di questa moltissime città e alcune fortezze, le pose sotto la sua obbedienza; e, sia perché egli era un uomo bellicosissimo, sia per paura, quasi tutto il popolo gli si stringeva attorno e lo seguiva. Prima, infatti, che Siconolfo ottenesse Salerno, Radelgiso, invitato dal predetto Ademario e persuaso fraudolentemente dai suoi scudieri, era venuto a Salerno come per prenderla. Quando vi fu arrivato, con grande audacia aveva deciso di accamparsi, ma subito Siconolfo e i figli di Dauferio, usciti come un turbine dalla città, massacrarono gli arrivati con una strage inaudita, e si arricchirono saccheggiando tutti i loro beni; a malapena Radelgiso riuscì a sfuggire ingloriosamente con pochi, e non osò più toccare i confini di Salerno col suo piede.
16. (848) In questi giorni reggeva Bari un certo Pandone, il quale, obbedendo agli ordini di Radelgiso fece venire in suo aiuto le schiere dei Saraceni, e diede loro per sostare un luogo vicino al muro della città e alla riva del mare. Ma questi, che per natura sono scaltri e più avveduti degli altri nel male, esaminando con molta attenzione la protezione che aveva il luogo, a notte fonda, quando i cristiani stavano dormendo, penetrarono nella città per passaggi nascosti, e in parte trucidarono il popolo innocente con le spade, in parte lo destinarono alla prigionia. Straziarono quel traditore della sua gente e della sua patria con molte e varie torture, e, alla fine, come era davvero cosa degna, lo sprofondarono nei gorghi del mare. Venuto a sapere di ciò, Radelgiso, poiché non poteva in nessun modo sradicarli dalla città, cominciò allora a trattarli come amici di casa e a invitarli un po' alla volta ad aiutarlo; e, come prima cosa, affidò a loro il compito di assalire il castello di Canne(165), insieme con suo figlio Orso. Subito ne venne informato Siconolfo. Egli, immediatamente, messo da parte ogni indugio, s'affrettò per combatterli, e, precipitandosi audacemente su di loro, abbatté con le armi tutti quelli che non avevano potuto fuggire. Il trofeo della vittoria fu così grande che, di uno schieramento innumerevole di pagani, a stento pochi sfuggirono per narrare ai superstiti in città la sorte dei caduti. Il loro re, di nome Calfone(166) fuggendo da solo con disonore, perso il cavallo fiaccato durante il viaggio, alla fine entrò in città, sfinito, a piedi. 
17. Frattanto Siconolfo colpiva gravemente Benevento con frequenti scontri e, come è detto "cattivo nodo va cacciato con cattivo chiodo"(167), contro gli Agareni di Radelgiso fece venire i Libici, gli Ismailiti, e gli Ispani, e mentre questi lottavano tra di loro con una guerra intestina e fra stranieri, i luoghi d'oltremare sfruttavano il sostegno dei prigionieri di ogni sesso ed età della nostra gente (843). Un giorno i due eserciti si incontrarono alle Forche Caudine; fu ingaggiata battaglia, e la parte di Radelgiso, riuscendo vincitrice al primo assalto, volse in fuga l'intero esercito di Siconolfo. Siconolfo, allora, posta base in un luogo molto protetto, si precipitò poi arditamente con pochi armati sui Beneventani trionfanti e che inseguivano i suoi, e li abbatté con grande strage; e, ottenendo la vittoria, ne spense moltissimi con la spada, alquanti altri ne catturò, e costrinse i restanti alla fuga. Presa fiducia, quindi, per le frequentissime vittorie, sottrasse a Radelgiso tutte le città e i castelli a buon diritto, eccetto Siponto(168), e circondò e assalì Benevento. Poiché la città era stretta non poco dalle armi e dalla debolezza della fame, fu chiesto subito a Guidone di affrettarsi a quella volta. Questo Guidone era duca degli Spoletini, parente di Siconolfo, ma, avendo subordinato il vincolo della parentela all'avidità di denaro (al quale la stirpe dei Franchi si piega più di tutto), partì subito in aiuto di Radelgiso, e, per mezzo di messaggeri, suggerì a Siconolfo, che assediava la città, di abbandonare l'assedio e tornare nelle sue zone, aggiungendo fra l'altro: "Permettimi di parlare con Radelgiso, perché darò più sostegno alla tua parte". Si ritirò, dunque, Siconolfo da quel luogo; Guidone, intanto, si incontrò con Radelgiso, e, ricevuta da lui una portantina(169) con settantamila monete d'oro, infranse ogni promessa che aveva fatto al suo congiunto, e, dopo aver rotto con lui, tornò ripercorrendo la stessa via per la quale era venuto.
18. In seguito, Guidone persuase Siconolfo che desse cinquantamila monete d'oro per l'unificazione della provincia di Benevento. "E farò in modo che tu la ottenga tutta quanta - disse - come se la misurassi col palmo della mano!". Allora Siconolfo, accettando il suo consiglio andò a Roma, versò gli aurei, dichiarò la sua fedeltà, ricevette il giuramento, ma tornò indietro a mani vuote senza ottenere nulla. Fino ad allora, tra Siconolfo e Radelgiso c'erano frequentissimi scontri armati e uno scatenarsi quotidiano di liti, per cui quelli di una parte, che non si sentivano soddisfatti dell'applicazione della giustizia, si rifugiavano dall'uno all'altro alternatamente, e avvenivano del pari numerose rapine e indegni commerci. In effetti, erano tutti senza una meta e pronti al male, quasi greggi erranti nel bosco senza pastore. Mentre si laceravano tra di loro a vicenda, senza interruzione, con la guerra civile, e c'era rovina di tutti, e, per dir così, estrema perdizione dell'anima e del cuore, i Saraceni stavano fermi presso Benevento, e il loro re, Massari, devastò ogni cosa fino alle radici dentro e fuori, così da considerare persino i notabili di tale città come gente di nessun valore, e da flagellarli brutalmente con la frusta come servi inetti. 
19. In questi giorni, morto Lotario che già nominammo, il regno dei Franchi fu diviso in cinque parti, e precisamente Lodovico e Carlo, suoi fratelli germani, governarono la Baviera e l'Aquitania, il figlio primogenito di lui, di nome Lodovico, ebbe l'Italia, il secondo, Lotario, Aquisgrana e il terzo, Carletto, la Provenza(170). All'imperatore Lodovico, dunque, fu rivolta una supplica dal conte di Caputa Landone, figlio di Landolfo e da Ademario, che già abbiamo nominati(171). E, benché egli fosse ancora molto giovane, tuttavia per fervore verso Dio porse orecchio alle loro umili preghiere e diede il suo consenso; venendo rapidamente, fece allontanare con la forza dalla città e uccidere con la lancia tutta quell'empia gente nemica; e, presenti tutti i Longobardi, suddivise fra i due, Siconolfo e Radelgiso, tutta la provincia di Benevento con un'equa ripartizione sancita da un impegno giurato. Siconolfo non visse a lungo dopo questi avvenimenti, ma, pagando il suo debito alla morte, lasciò come erede del suo ufficio il figlio ancora lattante. Gli sopravvisse di poco Radelgiso, e, quando questi fu migrato all'altra vita, quale principe fu eletto al suo posto il figlio Radelgario, uomo davvero forte nel corpo e pio nell'animo, e d'aspetto gradito a tutti.
20. Durante lo stesso periodo di tempo gli Agareni, che abitavano Bari, cominciarono a devastare e a depredare tutta l'Apulia e la Calabria fino alle fondamenta, e a poco a poco si diedero a mettere a sacco Salerno e Benevento (852). Al piissimo imperatore fu allora presentata di nuovo una pietosa supplica dal venerabile Bassacio, vicario del beato Benedetto, e da Giacomo, abate di san Vincenzo, perché si degnasse di andare al più presto, e con la sua venuta sottraesse alla rovina quelli che già prima aveva misericordiosamente salvato: "E noi siamo - dissero - fedelissimi servitori di lui: decida di farci soggetti a chi tra gli ultimi dei suoi egli voglia!". Egli, venuto senza indugio, si diresse a Bari con un'incredibile moltitudine di armati, ma i Capuani, dimentichi del loro spontaneo impegno, rifugiandosi dentro le città, inviarono in luogo di loro tutti colà soltanto il loro signore Landolfo. L'imperatore, allora, vedendo la loro impostura, e, d'altra parte, non ottenendo nessun risultato, tornò indietro senza alcun guadagno, e andò via, dopo aver concesso il principato di Salerno ad Ademario, uomo fortissimo e illustre, ed aver mandato in esilio il figlio di Siconolfo (854). Intanto a Benevento morì Radelgario; gli successe il fratello di nome Adelgiso, uomo mitissimo e amato da tutti, e di così tanta bontà d'animo, che era benvoluto anche dagli estranei. Ma, ciò che è peggio, la provincia, divisa fra molti, giorno dopo giorno veniva spinta dai suoi signori alla rovina più che alla salvezza.
21. Per tornare un po' indietro nel tempo, quando Landolfo, conte di Capua, fu tolto alla luce di questo mondo (843), lasciò quattro figli, il già nominato Landone, Pandone, Landonolfo, e il futuro vescovo Landolfo, uomini dotati di eccezionale prudenza e forza di virtù; dei quali Landone reggeva Capua, Pandone Sora, Landonolfo Teano, e Landolfo, ancora giovane, vegliava nel servizio di palazzo. Un giorno, come poi si riseppe, la madre, che portava quest'ultimo ancora in grembo, s'era lasciata andare al sonno appoggiata sulle spalle del marito, e fece il sogno di aver partorito una fiaccola accesa, e che questa fiaccola, quando fu caduta al suolo, si trasformasse in un grandissimo globo di fuoco che sembrò incendiare il territorio dell'intera Benevento; poi, con il sonno, svanì anche la visione. Essa, molto spaventata, la raccontò subito sgomenta al marito, e quando il padre udì come il sogno s'era concluso, riassunse in poche espressioni le future tremende opere del figlio, dicendo:
Ohimè, dolce amore, quale destino ora ci segue, 
la tua tremenda visione ce ne offre un crudele augurio! 
Questo parto, che sta chiuso in questo tuo ventre, 
non amerà nessuno, spregerà chi gli è legato per sangue, 
e infine divorerà i concittadini con bocca di vipera, 
e come avido fuoco incenerirà i petti dei giusti.
Pur ammettendo che egli abbia parlato in uno stato di esaltazione della mente, però anche noi ebbimo i fatti sotto i nostri occhi, noi che vedemmo innumerevoli uomini innocenti periti per i suoi atti, sia pure ad opera di spada e non col fuoco. Quel fuoco, dunque, offriva, sotto una certa immagine, proprio il sangue del genere umano che poi doveva esser sparso per opera di lui. Ciò non deve apparire a nessuno incredibile o inventato dalla fantasia: mi sono testimoni tanti uomini quasi quanti ne vivono nella città. Le sue azioni, dunque, e quale fu la sua fine, saranno illustrate in seguito.
22. Il genitore di costoro, avvicinandosi ormai all'ultimo giorno, chiamati i suoi figli - come udii da persone che me lo raccontarono -, diede loro questo come norma di comportamento, che, per quanto dipendesse da loro, non lasciassero che Benevento si accordasse mai con Salerno: "Perché - disse - non sarà utile per voi". I figli ascoltarono quell'ammonimento, e lo realizzarono parimenti nei fatti, lasciandolo agli eredi quale obbligo perpetuo cosi come l'avevano ricevuto dal loro padre. Trasmisero alla loro schiatta un impegno davvero grande, comportandosi, però, contro quel divino precetto che Gesù disse ai suoi discepoli: "Vi dò la mia pace, vi lascio la pace". Succedendo, quindi, nella signoria, non prestarono in alcun modo ossequio a Siconolfo, e diedero poco peso ai suoi comandi, ma al di sopra di tutti si erse Landonolfo, sempre contrario a quello e ingrato, al punto da promettere, persino, in matrimonio al figlio di lui la propria figlia solo spinto da necessità. In questo tempo, Paolino, uomo degno e caro a Dio, vescovo a Capua, fu tolto alla miseria di questa carne, e Landone, battendosi coraggiosamente con il sopraddetto Siconolfo, ordinò vescovo il fratello Landolfo; il quale, però, procurò ai figli del fratello indegne vicissitudini, dopo la morte del loro padre, poiché li condannò ad un esilio perpetuo in vari modi, come durissimi nemici.
23. (851) Morto dunque Siconolfo, fu elevato al suo posto il figlio che non aveva ancora un anno, allo scopo che ciascuno potesse fare quello che gli pareva opportuno. Allora i predetti fratelli, tormentati un po' da ambizione, un po' da paura, cominciarono a perseguitare con ferina avidità i loro concittadini e a metterli in carcere; per questo motivo, sottrassero Suessola con astuzia al loro consanguineo Pandolfo, per saziare la propria ambizione, e resero esuli lui e i suoi figli, uno dei quali, poi, uccisero di spada, un altro fecero morire col fuoco; i due superstiti li condannarono ad un esilio perpetuo e ininterrotto. In seguito, il comandante militare Sergio si annetté Suessola, togliendola a Landolfo, figlio di Landone, poiché gli era suocero, e la conserva ancor oggi.
24. (856) In questa circostanza - sia ciò avvenuto per caso o per divino giudizio -, l'intera città di Sicopoli fu bruciata dal fuoco, tanto che non vi rimase nessuna casa indenne dall'incendio eccetto l'aula episcopale. Colta questa occasione, il vescovo Landolfo e suo fratello Landonolfo presero la decisione di abbandonare la sede spopolata su quel monte angusto, e di scendere alle zone di campagna piane e ragguardevoli per rimanervi: "Non siamo - dissero - un ovile di capre, per nasconderci nelle caverne delle rocce: scendiamo, dunque, in zone più basse, per offrirci alti e non umili a chi ci guarda dintorno!". Landone, però, allora non si accordò affatto con loro, perché era un comportamento fuori di senno e superficiale, in mezzo a tante tempeste, abbandonare una città fortissimamente difesa e affittare del fango da porci.
25. Mentre stavano litigando così fra di loro, Landolfo e Landonolfo cominciarono a edificare un muro oltre il ponte che è detto comunemente Casilino(172). Quando Landone scorse quell'opera, incominciò a costruire e portò meravigliosamente a termine una città, e, come essa fu munita di protezioni e cominciò ad esser abitata, sopravvenne Guidone, che già ricordammo(173), con tutti i Tusci, e l'assediò da ogni parte e la colpì gravemente (858). Infatti, per istigazione del vescovo Landolfo e di Landonolfo, non volevano sottomettersi al già detto Ademario(174), e invece Guidone lo sosteneva al di sopra di tutti con affetto fraterno, trattando gli altri quasi come estranei. E dunque, mentre erano fortemente tormentati all'interno per lotte quotidiane, e fuori venivano distrutte le coltivazioni, alla fine, vinti dalla forza e dalla violenza, piegarono il collo alla sottomissione, eccettuato Landonolfo; per questo motivo furono sottratte al dominio di lui, e consegnate a Guidone, Sora e tutte le fortezze di confine, come era stato minacciato. Quando ciò accadde, Landonolfo precipitò in un avvilimento così grande che in breve esalò l'anima.
26. Durante lo stesso tempo Ademario, volendo vendicarsi dell'antica inimicizia, catturò con l'inganno il figlio di Marino Amalfitano, cognato di Pandone, e lo affidò in esilio al comandante militare Sergio, con il quale aveva stretto un patto. Per lo stesso motivo, anche Marino fu catturato con la frode da Sergio. Da questo momento, dunque, sorse una perenne contesa tra Ademario e Pandone; per cui successe che, all'insaputa di Landone, il vescovo Landolfo e Pandone convinsero Guaiferio, figlio di Dauferio Balbo, e fecero catturare il principe Ademario: poi elessero spontaneamente Guaiferio come loro signore, prestandogli giuramento con un solenne impegno (861). Ma scivolando presto nel solito vizio, tradirono anche costui subito dopo la morte di suo suocero Landone.
27. Morto, infine, Landonolfo (859), non molto tempo dopo Landone venne colpito da una grave paralisi, che lo costrinse a letto infermo per un anno intero. Venutolo a sapere, il comandante militare Sergio, subornate le guardie di Ademario - ripeto quel che ho già raccontato -, infranse il giuramento che era stato stretto con Landone, e provocò una guerra contro il figlio di lui. Infatti, l'otto di maggio, giorno nel quale noi celebriamo solennemente la festività del beato Michele Arcangelo, ed è anche il giorno in cui leggiamo che nei tempi antichi i Napoletani furono fatti a pezzi dalla gente di Benevento, in questo giorno, dunque, senza dare nessun onore a Dio, inviò i due suoi figli, Gregorio, comandante militare, e Cesario, e inoltre Landolfo Suessulano, suo genero, e con essi inviò anche l'esercito - fanti e cavalieri - degli Amalfitani e dei Napoletani, forte di circa settemila uomini, con l'ordine di assediare Capua. Contro di loro s'oppose audacemente, come un leone, Landone il giovane, e li colse mentre avevano attraversato il ponte di Teodemondo e assalivano violentemente i suoi; si precipitò con tutti i suoi uomini su di loro, e, spaccando il loro cuneo d'attacco, li disordinò con le spade, e, catturato Cesario e altri ottocento circa, mise in fuga i rimanenti; e così tornò in trionfo. Pandone, suo zio, temendo l'arrivo di Ademario, stava all'erta, intanto, presso un luogo fissato a Trasarico. Dopo questi avvenimenti, Pandone sciolse Marino dal carcere, e restituì alla libertà Cesario con tutti quanti gli altri.
28. (860) In questi giorni Landone il Vecchio, aggravandosi gradualmente la sua infermità, giunse all'estremo, e, chiamati i suoi due fratelli, Pandone, cioè, e il vescovo Landolfo, si diede a raccomandare loro suo figlio Landone con suppliche e preghiere, e lo consegnò nelle loro mani dicendo: "Siano testimoni Dio e la sua santa Chiesa: ve lo affido perché siate giudicati in futuro col medesimo criterio con cui l'avrete trattato nel presente!", e facendo questo atto di umanità morì. Passato che fu a miglior vita, i fratelli non si attennero per molto al giuramento. Infatti, subdolamente, per cupidigia del gastaldato, cacciarono dalla città Landone e gli altri suoi fratelli, e si staccarono da Guaiferio, al quale avevano giurato da poco fedeltà - e principalmente Landolfo aveva giurato non una sola volta sui vangeli e sulla solennità della messa, ma anche per le sue mani consacrate -. Fatto ciò, Landone entrò a Caiazzo, e catturò in essa Aioaldo, che vi era stato inviato da quegli altri a difenderla. In quel medesimo tempo, Landolfo, fratello di Landone, prese Caserta; Pandone, però, sopravvenendo, lo catturò con quaranta dignitari, che poi liberò, avendo in cambio la fortezza di Caiazzo, e ricevette anche i figli di Landone da Guaiferio e da Landolfo, loro fratello, nel castello di Suessola. Li mandarono in esilio, ma la loro furia non si placò con questo, e cominciarono a perseguitarli senza sosta, attaccando anche il territorio di Suessola. In realtà, questi erano sostenuti, e non fiaccamente, dal principe Guaiferio, che spesso cedeva a loro dei luoghi, non volendo versare senza motivo il sangue dei cristiani. Ma il vescovo Landolfo, reputando che tale atteggiamento non fosse motivato da animo religioso, sebbene da debolezza, costringeva con la forza suo fratello a combattere contro l'unto del Signore(175). Fidando, dunque, nei tre figli, in Maione e Maienolfo, ed anche in Radelgiso, figlio di Adelgiso, principe di Benevento, lo mandò contro il già detto suo principe; ma, grazie al giusto giudizio di Dio, sul quale si regge ogni potere ed ogni ordine, Pandone morì per primo; alcuni di loro furono presi, gli altri furono posti in fuga.
29. (862) Frattanto Saugdan(176), iniquissimo e scelleratissimo re degli Ismailiti, devastava crudelmente tutta la terra beneventana, bruciando, uccidendo, e facendo prigionieri, tanto che non rimaneva in essa un alito di vita. Per la qual cosa venne più d'una volta un esercito di Franchi per schiacciare la loro crudeltà, ma, non ottenendo risultati, tornava per la via da cui era giunto. Sicché avvenne che il principe di Benevento Adelgiso, mettendo insieme ostaggi e un tributo, stabilì una tregua con Saugdan. In quel tempo, i gastaldi Maielpoto di Telesia e Guandelperto di Boiano assoldarono, dopo molte preghiere, il duca degli Spoletini Lamberto e il conte dei Marsi Garardo, i quali, andando incontro a Saugdan, quando tornava dal saccheggio di Capua, si precipitarono su di lui nella terra degli Arvi. Ma la reazione di costui fu tale che si gettò con forza sui Beneventani e i Franchi, e sfaldati i loro cunei di attacco, ne uccise molti, molti ne catturò e li fece morire crudelmente; il conte Garardo, Maielpoto e Guandelperto, morirono proprio in quella battaglia. Per questo motivo, prendendo maggior baldanza da quel giorno, Saugdan distrusse totalmente Benevento e il suo territorio, sicché nessun luogo sfuggì alla sua ferocia, eccetto le grosse città. In quei giorni prese(177) anche il castello di Venafro e lo distrusse dalle fondamenta, depredò il monastero di San Vincenzo martire, e per gli edifici non bruciati si fece dare tremila aurei. Fatto ciò, prese altrettante monete anche dal vicario del beato Benedetto.
30. (862) Morto, infine, Pandone, rimase solo superstite il vescovo Landolfo. Egli nominò conte di Capua il nipote Pandonolfo - in luogo del padre di lui Pandone -, che era uscito ferito e appena vivo dalla battaglia nella quale era morto suo padre. Questi aveva tra i suoi amici un Dauferio, parente di Maione, per timore degli intrighi del quale, il vescovo ammonì Pandonolfo che desse all'amico una sovvenzione e lo mandasse a risiedere altrove; ma egli non volle accettare tale consiglio, e, usciti di nascosto dalla città di Potenza, i tre fratelli assieme a Dauferio s'impadronirono dei castelli: infatti, Pandonolfo entrò in Suessola, Landolfo in Caserta, Landonolfo in quello di Caiazzo, già assalito tempo prima da suo padre, e cominciarono a depredare tutto all'intorno. Ma il vescovo Landolfo li ingannò con la sua abilità, e insieme si prese gioco dei principi Guaiferio e Adelgiso, e con l'inganno fece anche venire i figli di Landone, suoi nipoti, che già precedentemente aveva reso esuli dalla loro terra, e fece depredare e incendiare i territori dei suoi fratelli. Mentre la rovina di Capua cresceva, il vescovo esortò i figli di Pandone, che, stretto un patto con i figli di Landone, entrassero insieme nella città per restarvi. Quelli giunsero da luoghi diversi e, riunitisi, si legarono con un giuramento, ed entrarono nella città; ma Landolfo li ingannò subito con le sue arti, e fece loro infrangere il giuramento, e operò con la menzogna. Per quel motivo anche Pandonolfo inviò messi alla maestà imperiale; e pur avendone riportato lettere e ordini, non entrò nella menzionata città, benché fosse invitato da molti in varie occasioni, aspettando finché giungesse il piissimo imperatore Lodovico.
31. Questo vescovo Landolfo fu (soddisfo ora la promessa che ho fatto di parlarne) dotato di prudenza, abituato ad esser scaltro, infido molto e aggressivo, più ambizioso di ogni altro uomo, vanitoso più di quanto si possa credere, ostile anche ai monaci e loro depredatore, dei quali era solito dire ai circostanti, mentre sedeva tutto borioso sulla tribuna: "Ogni volta che scorgo un monaco, sempre la giornata mi procura tristi auspici per il futuro". Tali tristi auspici avvenivano per giustissimo giudizio di Dio, affinché egli subisse disagi da quelli che esecrava e perseguitava come nefandissimi nemici, e che anche in futuro avrebbero dovuto dargli tormento. Fu derisore e spergiuro nei confronti del suo principe, e odiò i nipoti, da persona, qual era, che non amò nessuno tolto chi eccitava la sua carne. Non abbracciò mai la pace, neppure nel giorno della sua morte; così, quando sentiva che c'erano degli accordi, s'impegnava tutto strenuamente a spargere i semi della zizzania. Se a qualcuno ciò sembra incredibile, pensi a quante volte tradì Guaiferio, al quale prestò ben tre giuramenti, e che egli stesso s'era scelto come principe. Preferiva molto di più distruggere la vita di uomini innocenti, piuttosto che averlo come pari, e tanto meno come signore, comportandosi contro il precetto dell'Apostolo, che dice: "Siate soggetti ad ogni potere, sia a un re che a un superiore, sia ai capi che ai loro inviati"; e altrove: "Non viene autorità se non da Dio, e perciò chi resiste al potere, resiste all'ordine di Dio". Egli, dunque, ponendo in secondo piano le norme ecclesiastiche e i compiti episcopali, amò soltanto eunuchi e li preferì a tutti, e adempì puntualmente la profezia di Isaia, che dice: "Gli effeminati li domineranno". Se io volessi narrare minuziosamente le azioni di quest'uomo, si consumerebbe il tempo - credo - prima che terminasse la necessità di parlare; tuttavia, se qualcuno desidera conoscerlo nell'intimo, cerchi i versi da me composti. Prima del giorno della sua morte, divise Capua tra i figli dei suoi tre fratelli, così che per tutto il tempo fra di loro non mancò mai la spada del contrasto; se qualcuno non crede col cuore a quel che dico, guardi con i suoi occhi.
32. (866) L'imperatore Lodovico, dunque, come già dissi, invitato collettivamente dai Beneventani, dai Capuani e da tutti gli abitanti della marca a proteggere la patria rovinata - non, però, assolutamente da Guaiferio, che era visto con ostilità a causa della cattura di Ademario -, entrò nel territorio di Benevento attraverso Sora, e si fermò inizialmente al monastero del beato Benedetto. Lì vennero da lui ambasciatori dalle diverse città; e, fra loro, Landolfo e i suoi nipoti, separatamente. Gli imperatori, cioè il sire e la consorte, furono accolti con grandissimo ossequio dal venerabile abate Bertario; e Landolfo, volgendosi alle solite trame, costrinse a fuggire i Capuani che aveva presentato al sovrano; rimase egli da solo con lui, quasi a dimostrare di non aver commesso nulla di colpevole nei suoi confronti. Ma, poiché l'imperatore non lo prese per nulla in considerazione, Landolfo andò a Capua, e, dopo averla assediata per tre mesi, la rovinò totalmente; e, poiché non voleva dare nessun decreto di concessione ai cittadini di essa, quelli si consegnarono a Lamberto, conte dell'imperatore. Ma, credendo di fare meglio, precipitarono nel peggio: per cui, in seguito, senza più avere credito, venivano dati in preda a diversi giudici quasi ogni mese. Compiuto ciò in questo modo, Landolfo fu accolto prima a Salerno da Guaiferio senza alcuna garanzia, poi a Benevento da Adelgiso.
33. (867) L'anno seguente l'esercito dell'imperatore si diresse a Bari, irrobustito da molte truppe ausiliarie, e ingaggiò battaglia con Saugdan; che fu vinto da loro, ma sfuggì, dopo aver perso una parte non modesta di combattenti. Da qui, bruciando tutte le piantagioni dintorno, entrò in Matera, che prese col fuoco e senza indugio. Poi venne a Venosa, e, avendo posto il campo in essa, cominciò a riprendere le ostilità, e assalendo pesantemente Bari da ogni parte, cercò di distruggerla; e stabilito un presidio di soldati a Canosa, ripetutamente faceva assalti con i suoi squadroni. Travolti dal terrore di questa situazione, molti, cercando rifugio nella clemenza dell'imperatore, gli chiesero che stendesse le sue mani a loro difesa; ed egli non negò, allora, la sua solita misericordia. Dopo di che, l'imperatore andò alla città di Oria, e allo stesso modo tornò a Benevento, e, con l'appoggio della mano celeste, quando i Saraceni erano giunti ormai al limite estremo, mandò l'esercito e prese Bari, nella quale fu catturato il feroce re Saugdan con alcuni altri suoi sostenitori. Poi (febbraio 871), ordinò di assediare Taranto.
34. Compiute così queste cose, (riprendo l'argomento che precedentemente avevo promesso di narrare), il diavolo, vedendo che i suoi erano eliminati e che ogni cosa veniva rinnovata in Cristo, rafforzando i suoi impulsi, e dolendosi per i danni causati all'inferno, istigò i Franchi ad assalire con violenza Benevento e ad affliggerla crudelmente. Per la qual cosa, il principe Adelgiso, sollevatosi contro l'imperatore Lodovico, che era fermo con i suoi entro le mura di Benevento e che si sentiva tutto sicuro, con un astuto inganno catturò e affidò al carcere il santissimo sire, salvatore della provincia di Benevento; si arricchì saccheggiando i suoi beni, e spogliando tutti gli uomini dell'esercito li costrinse a fuggire, e si caricò delle spoglie loro; e fu compiuta la parola del Signore, che sta nel profeta: "Colpisci il pastore - dice - e saranno disperse le pecore del gregge". Mentre il sovrano stava in carcere, Dio ridestò lo spirito degli Ismailiti, e li condusse direttamente dalla regione dell'Africa a vendicare l'offesa fatta all'imperatore, così come Vespasiano e Tito vendicarono la passione del Figlio di Dio. Ma, mentre il Signore rinviò quella punizione a dopo quarantadue anni, secondo la profezia di Eliseo, il quale diede da mangiare a due orsi quarantadue ragazzi dai quali era stato dileggiato, non rimandò invece di nemmeno quaranta giorni la punizione dell'offesa fatta al sovrano; dal che è dato capire di qual valore e di che importanza sia stato quest'uomo, la cui offesa fu punita tanto presto.
35. Liberato, dunque, per ordine di Dio, l'innocente sovrano, subito quasi trentamila Saraceni si fermarono a Salerno; e, assediandola duramente da ogni parte, distrussero tutto fino alle radici all'esterno, uccidendovi innumerevoli coloni; e devastarono parzialmente Napoli, Benevento e Capua. In questo tempo, ambedue i conti Lamberto, temendo l'ira dell'imperatore, si ritirarono a Benevento, e furono accolti con onore da Adelgiso; il quale, fidando nel loro aiuto, si precipitò sulla schiera dei Saraceni e coraggiosamente la vinse, uccidendone quasi tremila uomini. Anche i Capuani, in questi giorni, ne fecero perire mille vicino a Suessola (872). E quando questo assedio stava durando ormai da quasi un anno, l'imperatore inviò l'esercito per consiglio del presule Landolfo - fece solo quest'atto buono, degno di memoria, dal giorno della sua nascita - e distrusse in Capua circa novemila uomini degli infedeli (873). Dopo questi fatti, si degnò di venire a Capua di persona; saputo del suo arrivo, i Saraceni, abbandonando Salerno, andarono in Calabria, e trovandola disunita, la devastarono totalmente, tanto che è spopolata come al tempo del diluvio. Ebbene, prima che quella nefanda gente prendesse la fuga, Dio offrì agli occhi di molti un tale segno dal cielo: avventò rapidissima in mezzo alle navi un'enorme fiaccola accesa, a cui seguì subito una tempesta che ridusse in frantumi tutti i vascelli. Per far levare l'assedio, Guaiferio aveva prima inviato all'imperatore il suo parente Pietro e suo figlio Guaimario, come ambasciatori; ma egli, per consiglio di Landolfo, li trattenne e li mandò in esilio. Poi, prese anche come ostaggi due figli di lui e li mandò in Lombardia.
36. In questo stesso periodo, il sovrano, accogliendo in amicizia Landolfo, lo pose al terzo posto nei gradi del potere; e questi, lusingato da tale innalzamento, nella sua grande avidità chiese l'arcivescovado dell'intero Beneventano, e che Capua diventasse metropoli; ma, poiché il Signore non lo permise, non realizzò il suo scopo. Lodovico, che voleva procurarsi Benevento, ma non ci riuscì, tornò alla propria sede, lasciando a Capua la moglie e la figlia; e Landolfo, colta quest'occasione, fece prendere e gettare in carcere il principe Guaiferio, a cui aveva prestato giuramento da poco (874). Ma poiché non ne vennero i risultati che speravano, fu rilasciato, e diede come ostaggi in cambio di sé i figli di Landone, cioè Landone e Landonolfo, suoi parenti; ritornando, l'imperatrice li portò con sé, e li lasciò a Ravenna in esilio, mentre lasciò a Capua la sua prole. Non molto dopo che l'imperatrice era partita (875), Lodovico di divina memoria concluse la sua ultima giornata; e così i figli di Guaiferio e di Landone furono liberati. Mentre tornavano alla propria terra, trovarono esuli fuori della loro città i figli di Pandone, ai quali si unirono; Landolfo si dolse di questo legame, quando lo seppe, e chiamò subito a suo sostegno il principe Guaiferio; il quale, giungendo senza indugio, assoggettò alla dipendenza di Landolfo ambedue i fratelli.
37. Delle molte ipotesi fatte a spiegare perché i Beneventani abbiano potuto - col permesso di Dio - arrecare all'imperatore l'offesa che narrammo, ne riferirò due. La prima che, quando egli venne una volta a Roma per riportare alla precedente dignità due vescovi condannati, il papa Nicola, uomo pieno di Dio, non volle consentire alla sua richiesta; e così, allorché gli venne incontro una schiera di sacerdoti, vestiti di bianco secondo l'antica usanza, egli, spregiando il timore di Dio, fece colpire a randellate il clero, e trattare a calci le croci e tutti gli oggetti sacri, e saccheggiò Roma per lo spazio di quasi un miglio; e, se Dio non si fosse opposto, voleva privare dell'incarico del suo ministerio il vicario del beato Pietro, come se fosse uno schiavo senza importanza. La seconda che, conquistata Bari e preso Saugdan, il più infame di tutti gli uomini, non lo fece uccidere subito crudelmente, com'era cosa degna, secondo la volontà del Signore; dimentico, naturalmente, di ciò che Samuele fece davanti a Saul del ricchissimo re degli Amalechiti Agat, e di come lo fece fare a pezzi; e anche di quello che un profeta disse al re Samaria a proposito di un uomo scellerato: "Poiché lasciasti libero un uomo degno di morte, la tua vita sarà presa al posto della sua".
38. Adelgiso, quando liberò il sire Lodovico, trattenne tutto il tesoro, e insieme Saugdan e Annoso ed anche Abdelbachi. Infatti, i Saraceni in Taranto, che l'imperatore aveva abbandonato quand'erano quasi conquistati, riprese le forze, cominciarono lentamente a depredare il territorio di Bari e di Canne. Contro di loro andò tre volte Adelgiso nel territorio dell'Apulia, ma, non riuscendo a prevalere, si ritirò invitto e senza trionfo. In questo tempo (876) Osman, poiché Saugdan era prigioniero, venendo dall'Africa con Annoso, entrò in Taranto, fu fatto re, e, uscitone, saccheggiò gravemente Benevento, Talesa e Alife; e ottenne una vittoria così grande che riebbe da Adelgiso il re Saugdan; infatti aveva inviato in precedenza Annoso e Abadelbach come delegati. Quando lo riseppero, quelli che risiedevano a Bari fecero venire con molti armati Gregorio, baiulo imperiale dei Greci, che stava allora in Otranto, e lo fecero entrare a Bari per paura dei Saraceni; egli, presi subito il gastaldo e i suoi notabili, li inviò a Costantinopoli, come persone alle quali aveva dato il suo impegno sotto giuramento.
39. Frattanto, i Greci inviavano piuttosto spesso ambasciatori con messaggi a Benevento, a Salerno e a Capua, per esser aiutati da questi contro i Saraceni; ma le loro richieste erano costantemente trascurate. In quel tempo Salerno, Napoli, Gaeta, e Amalfi, avendo pace con i Saraceni, angustiavano duramente Roma con devastazioni per mare. Ma quando Carlo, figlio di Giuditta(178), ebbe preso l'insigne scettro a Roma (875), diede in aiuto al papa Giovanni il duca Lamberto e il fratello di lui, Guidone, con i quali partì per Capua e Napoli (876). Guaiferio, obbedendo in tutto, infranse il patto coi Saraceni e ne uccise molti, mentre il comandante militare Sergio, ingannato dai consigli di Adelgiso e di Lamberto, non volle staccarsi da loro: allora fu subito scomunicato, e cominciò a combattere contro Guaiferio (877). Per cui successe che, appena otto giorni dopo la scomunica, fece decapitare ventidue soldati napoletani prigionieri; così, infatti, aveva minacciato al papa. Questo stesso Sergio scomunicato, non molto dopo fu preso dal proprio fratello e inviato a Roma con gli occhi strappati. Lì finì miseramente la sua vita; e il fratello di lui si insediò come principe al suo posto. Adelgiso fu ucciso dai generi, dai nipoti e dagli amici, mentre tornava alla propria città dopo l'assedio e la conquista (878) del castello di Trivento. Al suo posto fu nominato Gaideriso, figlio di Radelgario, nipote dell'ucciso, e i suoi generi, Cailone e Dauferio, furono cacciati. Quest'ultimo aveva voluto diventare principe, e per questa sua bramosia uccise il suocero. Egli fu accolto da Atanasio, vescovo e comandante militare.
40. (879) In questi giorni il vescovo Landolfo morì ucciso. Nel giorno della sua punizione egli aspettava i cavalli da tutti i presbiteri di san Benedetto, per sprofondare nel baratro non senza i suoi destrieri. I nipoti, vista la sua fine, si riunirono, e si spartirono fra loro, sotto giuramento, il territorio di Capua, suddividendolo equamente: Pandonolfo prese le città di Teano e di Caserta, Landone Berelais(179) e Suessa, l'altro Landone Calino e Caiazzo. Atenolfo cominciò a edificare un castello a Calvi; costituirono vescovo all'unanimità Landolfo, figlio giovinetto di Landone, alcuni con un impegno giurato, altri dando il loro assenso. Ma, per l'indolenza di suo padre, difetto che lo rendeva lento, non venne consacrato subito, e l'impegno dei fratelli non durò a lungo intatto: infatti resse a malapena dal dodici di marzo fino al nove di maggio. Trascinati dalla cupidigia, infatti, i figli di Pandone presero con l'inganno, e misero in carcere, Landenolfo e Atenolfo, loro cugini, figli cioè di Landonolfo, dopo aver tolto loro il castello di Caiazzo, che nel sorteggio avevano concesso a loro spontaneamente e con impegno giurato.
41. Ma per continuare brevemente quanto ho iniziato, i figli di Landonolfo, uniti con i figli di Landone, si recarono in aiuto del principe Guaiferio, dal quale una volta erano anche stati protetti. Similmente, Pandonolfo gli inviò degli ambasciatori con varie lettere di suo pugno, ma Guaiferio non lo accolse, poiché favoriva i sopraddetti fratelli. Pandonolfo, allora, vedendo di essere completamente abbandonato, invitò per mezzo di ambasciatori il principe Gaideriso e il baiulo degli Augusti, Gregorio, i quali allora si erano ritrovati a Nola con il detto Guaiferio per discutere e si dirigevano a Benevento, ad andare da lui ad aiutarlo, dicendo che sarebbe stato soggetto di quello che fosse giunto per primo. Si mossero, dunque, essi, senza frapporre indugio, da opposte direzioni, attraverso Caiazzo e Sicopoli, e si fermarono vicino alla città di Capua, dalla parte di occidente; invece Guaiferio, giungendo dalla parte di oriente, si accostò con i suoi a Berelais, cioè all'anfiteatro, e la città fu circondata da un muro di nemici.
42. Frattanto Pandonolfo, nonostante la sua promessa, rifiutò di sottomettersi a Gaideriso, specialmente per opposizione di Landone, figlio di Landonolfo, parente dello stesso Gaideriso; per la qual cosa, sia il baiulo Gregorio, sia Gaideriso ruppero con lui. Subito alcuni passando per la città di Capua, altri attraversando il fiume su zattere, andarono dall'altra parte e si unirono a Guaiferio; e Landonolfo e Atenolfo si collegarono ai fratelli riuniti, volendo far sottomettere Pandonolfo a Guaiferio; ma non poterono, poiché non voleva accogliere i suoi cugini entro la città; perciò si opponeva a Guaiferio. Essi, allora, conoscendo la scaltrezza di Pandonolfo, ritornarono alle proprie sedi; Guaiferio rimase in quel tempo presso la città di Capua. In questa circostanza, in realtà, quasi tutti i notabili di Capua e tutto il popolo, uscendo dalla città con le mogli e i figli e tutti i loro oggetti di valore, aderirono chi ai figli di Landone, chi ai figli di Landonolfo, e fra di loro avvenne un violento conflitto e pessimi guasti. Infatti, Guaiferio, fermo con intenzioni ostili presso il muro della città, la assediava; inoltre collocò Landone al di là del fiume con i Franchi del conte Lamberto.
43. L'anno seguente (880), il principe Guaiferio, sopravvenendo con gli Amalfitani al tempo della mietitura, assediò la città di Capua da ogni parte; e i fratelli fecero pace tra di loro con impegno giurato, alla condizione soltanto che nessuno di loro raccogliesse il grano dei campi nelle loro città prima che fosse tolta dall'autorità apostolica la scomunica su di loro; sicché, entrati in città, nessuno di loro ebbe l'audacia di porsi sopra gli altri. Ma quando Guaiferio tornò al proprio territorio, subito Pandonolfo, dimentico del solenne impegno, si fece spergiuro: non mandò affatto a Roma i messi come aveva promesso, e, agendo contro la propria anima, raccolse tutto il grano. Ma subito lo colpì la vendetta divina: infatti, fu inviato un fuoco dal cielo che consumò dalle fondamenta quasi mezza della città.
44. Durante lo stesso tempo, a Napoli governava il vescovo Atanasio quale comandante militare; il quale, come abbiamo premesso, dopo aver mandato in esilio il fratello, fece la pace con i Saraceni e li collocò in un primo momento fra il porto del mare e il muro della città. Essi devastarono tutta la terra di Benevento e insieme di Roma, ed anche una parte di Spoleto, e depredarono tutti i monasteri e le chiese, e tutte le città e le cittadine, e i villaggi, e monti e colli ed isole. Da loro furono distrutti col fuoco perfino gli splendidi cenobi del santissimo Benedetto, venerabili in tutto il mondo, e il monastero di San Vincenzo martire, ed altri innumerevoli, eccettuata Suessola, che per la verità crollò miserevolmente per frode dei cristiani. Ad Atanasio si associò Pandonolfo, il quale, fidando nel suo sostegno, cominciò a perseguitare più aspramente 1 suoi cugini; e in un primo tempo, portando devastazioni da ogni parte, distrusse i loro lavori, e, unito agli abitanti di Napoli e di Gaeta e ai Saraceni, attaccò il castello di Pile(180) e combatté per due giorni; ma non ottenendo risultati, se ne andò a mani vuote. L'anno successivo (881), muovendosi in massa con i suoi, i Napoletani e i Saraceni, si fermò nel Colosso(181), dove stavano i figli di Landone, tuttavia prima allontanò e rimandò a Capua quelli che risiedevano nelle terme presso l'arena, dopo aver ricevuto una somma di denaro; a quelli circondati nell'anfiteatro, cioè ai figli di Landone, concesse la pace, ricevendo da loro la Terra di Lavoro sotto giuramento. Pandonolfo, precipitandosi di nuovo improvvisamente sul castello di Pile con i Napoletani, lo prese con l'inganno, consegnatogli da coloro che stavano all'interno. Allora fui catturato anch'io e spogliato di tutti i beni che avevo acquisito dalla fanciullezza. Poi fui fatto andare a piedi davanti alle teste dei cavalli, esule, fino alla città di Capua, il ventitré di agosto dell'anno del Signore 881.
45. Pandonolfo subito si mosse contro Calvi(182) con l'esercito, sostenuto da una schiera di Napoletani, e lì si fermò costruendo una fortificazione; ma poiché i figli di Landonolfo, insieme con i loro, gli resistevano coraggiosamente, all'improvviso si ritirò da lì, avendo tolto in precedenza Suessa ai figli di Landone, che pure un tempo era stata elargita a loro con un impegno giurato. Ma, per volgere ora la penna a fatti precedenti, quando Atenolfo fu catturato dal suddetto Pandonolfo, suo fratello Landone non si comportò pigramente: infatti cominciò a edificare subito il castello di Calvi, a causa del quale era stato preso lo stesso Atenolfo. La parte dei nobili era pronta a combattere, e quella dei popolani erigeva terrapieni e muri, e così il lavoro fu compiuto. Tale castello, bruciato dal fuoco dopo circa due anni, venne riparato dallo stesso Landone, il quale andando lì con tutti i suoi e ricevendo alloggio presso i singoli abitanti della fortezza in cambio della sua funzione, e recipienti da vino, e vino e viveri, dandosi da fare con ogni impegno e attenzione, riportò il castello allo stato originario.
46. Al racconto precedente non va tralasciato di aggiungere anche questo, che al principio del contrasto, quando Pandonolfo perseguitava i suoi cugini con bestiale ferocia, fece dimorare in un luogo meschino, cioè in una delle stanze dei servi, espellendolo dal chiostro del vescovado, Landolfo, figlio di Landone, eletto vescovo (come abbiamo ricordato precedentemente), al quale egli stesso aveva consegnato con un giuramento la sede episcopale di santo Stefano. Ordinò anche di venire alloggiato in una stanzetta del vescovado; il che fu fatto. Visto ciò, l'eletto di Dio(183), temendo le scaltrezze dell'altro, uscì dalla città e si diresse alla sua sede episcopale del beato protomartire, per poter avere una vita di pace. Intanto Pandonolfo, colta l'occasione, fece chierico suo fratello Landonolfo coniugato, e mandando a Roma una richiesta al papa Giovanni, chiese che divenisse vescovo; e in ciò fu esaudito.
47. Ricevendo pressanti richieste riguardo a questa folle guerra civile tra fratelli, Bertario, il sagace abate del monastero del santissimo Benedetto(184), e Leone, venerando presule di Teano, partirono per Roma, e si presentarono al pontefice, scongiurandolo supplichevolmente che non commettesse un'empietà così grave(185), dalla quale senza dubbio sarebbe nata rovina per quella terra e spargimento di sangue. L'abate gli disse anche chiaramente: "Se la tua Potestà farà ciò, tu accendi là un tale fuoco che arriverà certamente a toccare anche te". La volontà del pontefice, tuttavia, prevalse, ed egli ordinò vescovo Landonolfo. Il motivo fu che, precedentemente, Pandonolfo si era assoggettato al papa, nel cui nome intestava i documenti e batteva moneta. Secondo la preveggenza dell'abate divampò, quindi, un tale fuoco che tutta la terra di Benevento, e anche quella di Roma, furono devastate fino alle fondamenta dai Saraceni. Per questo motivo il papa venne due volte a Capua. E la prima volta, mentre si era fermato presso la città nel luogo detto Antignano(186), tutti i Longobardi andarono da lui in atteggiamento ostile; infatti, da una parte erano presenti il vescovo Atanasio con Pandonolfo, dall'altra parte erano venuti i cugini di ambedue con i principi Gaideriso e Guaimario, che avevano con sé i Greci, e ogni giorno, alla presenza del papa, ambedue le schiere si presentavano pronte a combattere. Preoccupato da questa tensione, il papa nominò Landonolfo (a presiedere alla Chiesa di Capua, consacrò Landolfo), precedentemente eletto, vescovo nella chiesa del beato Pietro a Capua e ordinò che tutto il vescovado venisse spartito fra di loro due con equa divisione. La chiesa, nella quale avvenne la consacrazione, poco dopo fu mezzo bruciata dai Saraceni, chiamati da Pandonolfo e inviati da Atanasio.
48. Circa in questi tempi il principe Guaiferio divenne monaco; e, sfinito da una grave malattia, chiuse i suoi giorni. Poiché non si poté portare il suo corpo al cenobio del santo Benedetto a causa di un'incursione degli Ismailiti, fu inumato nella chiesa del suo castello di Teano, in attesa che il cielo desse un po' di tranquillità e si potesse trasferirlo in quel santo luogo. Durante quel periodo furono presi e dati alle fiamme Isernia e Suessola in uno stesso mese, e il castello di Boiano nello stesso anno. In quel tempo, Gaideriso, staccatosi dal suo parente Landone, si convinse ad associarsi a Pandonolfo, e diede la figlia di lui in matrimonio al proprio figlio; ma poco dopo, fu preso dai compatrioti del detto Landone e incarcerato, e al suo posto fu costituito principe Radelgiso, figlio di Adelgiso (882). Il quale, però, fu cacciato dai Beneventani dopo che ebbe governato per quasi tre anni, e in sua vece fu posto il fratello Aione (885). Gaideriso, dato in custodia ai Franchi, si liberò e nella sua fuga giunse alla città di Bari, dove stavano i Greci; da questi fu inviato nella città capitale, presso il pio Augusto Basilio, dal quale venne onorato e arricchito di doni imperiali, e ricevette per viverci la città di Oria.
49. (883) In questa occasione, Atanasio, non sopportando il prepotere di Pandonolfo, lo abbandonò e si unì in alleanza con i figli di Landonolfo e di Landone. In questi giorni, lo stesso presule, inviati alcuni delegati in Sicilia, chiese il re Suchaimo(187) per i Saraceni che risiedevano alle falde del monte Vesuvio, e, quando venne, lo impose loro. Ma quello, per giusto giudizio di Dio, come prima cosa insorgendo contro di lui, cominciò a tormentare duramente Napoli e a depredare tutto all'esterno, e a prendere con la forza ragazze, cavalli e armi. Spinto da questa bufera, e per allontanare da sé e dalla sua città la scomunica apostolica dalla quale era colpito, Atanasio chiamò in suo aiuto il principe Guaimario e tutti i Capuani delle città e fortezze e tutti gli abitanti delle coste, e cacciò con la forza i Saraceni da quel luogo. Quelli, andando via posero il campo ad Agropoli. Fatto ciò, non molto tempo dopo il presule, insieme con i figli di Landone e con quelli di Landonolfo, giunse su Capua per prendere Pandonolfo, e danneggiava la città assediandola da ogni parte. Costretto da questa situazione, Pandonolfo invitò in suo aiuto il principe Radelgiso, ch'era suo congiunto. Questi, abbandonata la pigrizia, chiamò subito il fratello Aione nel suo seguito, ed espugnò audacemente Capua, presso cui stava fermo, e vi entrò. Dopo questi avvenimenti, Aione, uscendo con i Beneventani e i Capuani, iniziò battaglia con i figli di Landonolfo che avevano con sé gli Amalfitani; e si combatté per qualche tempo presso la porta della città. Ma poiché nessuna delle due parti cedeva all'altra, ambedue le schiere tornarono alle loro sedi.
50. Radelgiso, dunque, tornò alle sue terre, e Atanasio, ricorrendo alle solite armi, simulò di unire in un patto tutti i cugini; li esortò, cioè, che, datosi l'un l'altro un giuramento, entrassero tutti nella città per abitarvi in comune. Quando Pandonolfo ricevette dallo stesso presule il giuramento che non avrebbe architettato nessun'insidia contro di lui, allora tutti i cugini, riuniti insieme, entrarono in Capua; prima, però, consegnarono ad Atanasio l'anfiteatro, ed egli o diede a Guaiferio perché vi abitasse insieme, a perpetua contestazione con i Capuani. Come dicemmo, dunque, una volta che tutti questi personaggi furono presenti, giurarono di entrare per fermarsi in pace e senza causare nessuna molestia a Pandonolfo. Egli li accolse in festa, con i chierici che indossavano una veste candida; ma, appena furono dentro, lo presero insieme con suo fratello Landonolfo, che precedentemente abbiamo indicato come vescovo, con tutti i loro simpatizzanti, seguaci e sostenitori; questi due furono mandati a Napoli, e, poi, furono inviate là anche le mogli, i figli e le figlie.
51. Frattanto i Saraceni dilaniavano crudelmente tutta la sopraddetta regione, al punto che i terreni, abbandonati dai coltivatori, soccombevano ai rovi(188) e agli sterpi. Guaiferio, fermo al Colosso, persuaso da Atanasio, o piuttosto Atanasio costretto da lui, cominciò a portare guerra ai detti fratelli, e con i Saraceni li colpiva molto e li perseguitava aspramente. Allora, il volere di Dio, dal quale procede ogni bene, facendo uscire dall'Africa un certo Agareno, nato da stirpe regale per il suo popolo, lo mandò ad Agropoli e da lì al Garigliano, dove risiedevano le schiere Ismailitiche. Questi infiammò l'animo di tutti loro, e per suo incitamento tutti i Saraceni, sia del Garigliano che di Agropoli, riuniti insieme, si diressero in Calabria, dove l'esercito dei Greci stava fermo contro i Saraceni insediati in Santa Severina; e là furono tutti distrutti dalle spade dei Greci. Quindi fu preso il castello di Amantea. Poi fu presa anche la cittadina di Santa Severina (881).
52. Defunto in questi giorni il serenissimo Augusto Basilio, furono eletti al trono i suoi due figli, cioè il primogenito Leone e il secondogenito Alessandro; il terzo, di nome Stefano, ricevette la carica di arcivescovo della stessa città(189) - cacciato Fozio, il quale era stato colpito con la scomunica perpetua da Nicola, pontefice della prima sede, per il fatto che s'era appropriato della carica di vescovo esautorando Ignazio ancor vivo, e che dal papa Giovanni, ignaro - per dir così -, era stato riammesso alla condizione precedente.
53. (884) Frattanto Atanasio, il quale desiderava, per i soliti suoi raggiri, separare fra di loro i sopraddetti fratelli, concesse in matrimonio al signore Landone, figlio dell'eccellente ed eminentissimo Landene, sua nipote ancora lattante, al fine di legarlo coi lacci delle donne; e, avendolo chiamato a sé, lo consigliò, con lingua di serpente, che prendesse i suoi cugini e, cosa che desiderava di più, li uccidesse; naturalmente per lo scopo che, lottando fra di loro, o perissero del tutto o si indebolissero, ed egli prendesse Capua. E poiché Landone, forse perché influenzato dalla sua naturale indolenza e pigrizia, persisteva immobile e fermo nella posizione che aveva, Atanasio, rendendosene conto, se ne dolse, e subito escogitò un piano favorevolissimo a sé allora, ma dannoso a non lunga scadenza. Con la dovuta premura, infatti, chiamò a sé Atenolfo, e gli disse in segreto: "Fra tutta la gente dei Longobardi mi sono scelta come convenevole Capua, e in Capua la vostra famiglia, e fra tutti i tuoi fratelli ho prescelto te solo, che sei persona attiva, in armonia con me e che mi obbedisci in tutto. Perciò, se volgerai i tuoi orecchi alle mie parole, avrai successo in tutto". Egli rispose che avrebbe eseguito tutti gli ordini, e l'altro concluse: "Cattura i figli di Landone, e sii tu solo a comandare Capua, così come è risaputo che da solo regnò tuo nonno". Ma egli, al suo ritorno, accennò ai fratelli di quel piano avvelenato, e rinunciò a questa azione per consiglio loro. Infatti, quelli, sconvolti, si protessero col segno della croce di Cristo, dicendo: "Moriamo o andiamo esuli prima di levarci mai contro i nostri cugini, giustamente o ingiustamente; finché, infatti, ci sarà un soffio di vita nelle nostre narici, non insidieremo il nostro sangue". Poi, i figli di Landonolfo, unitisi con quelli di Landone, si protessero con un giuramento tremendo e quasi inaudito, segretamente, sotto la grave pena della scomunica; e subito Atenolfo andò a riferire ad Atanasio che la volontà dei suoi fratelli sarebbe stata strettamente unita a quella dei loro cugini, e che non sarebbe assolutamente mutata in nessuno. Ma egli ricevette tale risposta con animo duro e divenne loro nemico.
54. Nel medesimo tempo, il principe Guaimario, essendo molto tormentato dal vescovo Atanasio con i Saraceni, e poiché la sua terra era completamente saccheggiata, al punto che avrebbe potuto esser conquistata se la divina pietà non si fosse opposta, andò a chiedere protezione ai Greci, e da loro fu nobilmente aiutato. L'aiuto consisté in oro e frumento, e scorte di armati per custodire la sua città e il suo popolo; e ciò continua fino ad oggi, come già narrammo. Aione, principe di Benevento, fu, e prima e dopo il principato, in parte debole e in parte forte. 
55. Quando - per tornare un po' indietro - i Saraceni dominavano la Calabria e lì perirono, Decivile, duca di Gaeta, ne tenne con sé circa centocinquanta, per non restare senza servizio sacerdotale; a mo' dei re dei Giudei, che, come si racconta, quando si divisero fra di loro in due parti il regno, raccolsero i Leviti per la massima parte a Gerusalemme, dove stava l'unico vero tempio di tutto il mondo. Una parte di quel gruppo di Saraceni, circa centoventi, si diressero audacemente alla città di Teano, come già prima avevano pensato di fare quando erano quasi duemilacinquecento; ma Landone, precipitandosi audacemente su di loro come un leone, li schiacciò fino alla distruzione totale, tanto che di un numero così grande non ne scamparono più di cinque, e tutti gli altri furono uccisi: in numero di centoquindici, se non sbaglio.
56. Atanasio, vedendosi deluso dalle risposte di ambedue i fratelli, divenne più scontento del solito, ma presto trovò un piano adatto a sé; e quindi, mandati degli ambasciatori, fece venire trecento Greci in suo aiuto, sotto il comando di Chasano. Poi, fece scaltramente la pace con i Capuani. E così, quando fu il tempo della vendemmia, essendo Capua fortemente danneggiata e saccheggiata all'esterno, tutti uscirono a gara, sia la gente elevata che gli altri, a vendemmiare. Allora egli, massime per suggerimento di Guaiferio del Colosso, fece entrare di nascosto Greci di Napoli insieme con gente dell'anfiteatro, e depredò tutta Capua, catturando in essa molti ed eccellentissimi uomini e tesori non piccoli. Da quel tempo, dunque, devastando tutte le cose all'intorno, rivendicò per sé la Terra di Lavoro. Infatti fece venire di nascosto e inviò a Capua i Saraceni di Agropoli, che avevano ucciso poco prima circa duecento uomini dei notabili di lui vicino al fiume Clanio(190), non lontano da Suessola, dove egli aveva perpetrato il nefando delitto. Allora i Capuani, uscendo, resistettero lì fortemente agli attaccanti, e per tale motivo quelli tornarono senza preda all'accampamento. Landone il vecchio allora morì colpito da apoplessia.
57. (885) Atanasio, dunque, nella misura in cui aveva concepito nella sua inventiva tranelli nuovi e inauditi, subito attaccava i Capuani, al punto che, nel tempo quaresimale, quando tutto il popolo cristiano piangeva i mali passati e chiedeva a Dio, per grazia sua, di non commettere nulla di cui pentirsi, raccolti i Greci e i Materesi, gli Egizi e i Napoletani, con l'omertà del duca Guaiferio e avendo Chasano quale comandante, cercò di invadere la città di Capua nella domenica di mezza Quaresima, mentre calava il crepuscolo. Salirono sulle mura circa trecento uomini armati con ogni tipo d'arma; ma, grazie all'aiuto del Signore, alcuni saltarono giù spontaneamente, altri furono precipitati a capofitto, altri ancora morirono di spada. Dei nostri perì soltanto uno, di nome Onerico, e, a quel che si racconta, fu ucciso dai suoi. Questa battaglia sulle mura che ho narrato, la compì il Giudice arbitro(191), non servendosi di guerrieri e di uomini d'arme, ma splendidamente per mezzo di quattro adolescenti, a lode del suo nome. Ma Atanasio, benché avesse le forze fiaccate, non rinunciò per nulla al piano che aveva concepito: infatti tentò ripetutamente di prendere Salerno, prima con i Saraceni, poi con i Greci; ma ciò non fu permesso dal Signore.
58. Nello stesso tempo, Guidone, figlio di Guidone il vecchio, precipitandosi ostilmente sui Saraceni accampati al Garigliano, sconvolse il loro accampamento, lo saccheggiò e uccise alquanti di loro con la spada; i restanti si dispersero come acqua negli anfratti della montagna. Egli, avvicinandosi a Capua, passò oltre e, accampatosi presso il ponte chiamato di Teodemondo, si fermò per qualche tempo; e i Capuani poterono rifocillarsi con grano ed altre cibarie portate via dalla Terra di Lavoro. Non si unirono in alleanza con il duca, ma, mentre egli tornava indietro e attraversava la città, spinti da paura gli si sottomisero. Tornato quello alle sue sedi, si levò audacemente contro di loro Atanasio, e, sostenuto dall'aiuto dei Greci, portò via a loro tutte le coltivazioni di fuori, e quello che apparivano possedere dalla parte di Capua ed anche oltre; e ciò fu ripetuto. Dopo il ritorno del suddetto duca, molti atti furono commessi da Chasano, che da me sono stati raccontati in sintesi.
59. (886) Dopo questi fatti, fu chiesto al medesimo duca Guidone di venire al più presto e di liberare quelli che confidavano in lui; se no, sarebbero andati incontro alla totale distruzione. Egli venne subito a Capua, e per consiglio dei Capuani fece prigioniero il principe Aione che veniva a lui da Benevento, e lo fece condurre imprigionato a Benevento; (poi), entrando in tale città, vi mise ordine. Partendo da lì, entrò a Siponto, lasciando Aione fuori nell'accampamento. Ma quando i Sipontini vennero a sapere che il loro signore Aione era prigioniero, precipitandosi all'unanimità sul duca, lo chiusero in una chiesa, dopo aver preso i suoi notabili. Ci furono scambi di messaggi da una parte e dall'altra, e Aione venne portato e restituito ai suoi; in un altro giorno, Guidone, prestato giuramento, a fatica e con disonore riuscì ad andarsene.
60. In seguito, rientrato Chasano a Costantinopoli, un generale dell'Augusto inviò al vescovo Atanasio il candidato(192) Giovanni, che in lingua greca chiamano Gianniccio, con trecento armati. Con costui Atanasio depredò Capua per ogni dove; e, grazie al loro sostegno, liberò dalle catene Pandonolfo, il quale, restituito alla libertà, fu accolto a Suessa da Magiperto. Egli si congiunse con i Greci, e poi a Capua furono portati via tutti i viventi. Per questo motivo Landone, figlio di Landonolfo, e il vescovo Landolfo andarono dal detto duca Guidone a Spoleto chiedendogli aiuto. Da Spoleto il vescovo Landolfo tornò alla sua sede, Landone, invece, con il duca venne a Capua passando per Siponto; e, risiedendo per alcuni giorni ad Atella, riempì di frumento Capua. Ricevuto un messaggio, all'improvviso partì per Roma, e lasciò i Capuani nelle mani del detto presule. Questi mandò subito i Greci e i Napoletani contro il Santo Eremo(193)]; e con un lungo assedio, presero quelli che abitavano nelle parti alte, e poi affliggevano duramente Capua da tutte le parti, sì che appariva quasi assediata. Infatti, i Greci, fermi con i Napoletani e Pandonolfo presso Sicopoli, divoravano ogni cosa tutt'intorno fino alle radici; per cui successe che ottanta di loro, giungendo a Carinola, irruppero su Teano occultamente. Contro di loro andarono, per vie diverse, Landone con i Teanensi e Atenolfo con alquanti Capuani, scontrandosi vicino a Santa Scolastica, presso il castello di Teano; e da essi furono vinti.
61. (886) Durante lo stesso tempo il monastero del beato Benedetto, abbattuto precedentemente dai Saraceni nell'anno del Signore 884, cominciò ad esser riedificato dal venerabile abate Angelario a partire dal mese di agosto dell'anno 886. Ritornando da lì, mentre ci dirigevamo a Capua, fummo catturati dai Greci(194) e spogliati e appiedati, perché ci furono tolti i cavalli, insieme ai beni e ai servi; riscattammo, poi, gli uomini, e ricuperammo cinque cavalli. Io solo rimasi a piedi con il precettore. Dai Capuani fummo portati in città, e da lì, passando a Napoli senza ottenere nulla, ritornammo a Capua a mani vuote. Furono, poi, presi e depredati tre carri carichi di molte ricche vettovaglie presso Anglena, dove precedentemente eravamo stati fatti prigionieri.
62. Compiuti questi atti così duramente, Atenolfo si diresse a Spoleto, e, dopo avergli pagato una somma, portò con sé Suabilo, gastaldo dei Marsi, con altri compagni e vassi, quasi in un numero di trecento armati; con i quali fece il piano che gli consolidassero il gastaldato di Capua. I Franchi, però, giunti a Capua non riuscirono ad adempiere l'impegno, poiché si opponeva e resisteva specialmente il fratello di lui, Landone, che egli, assieme agli altri fratelli, aveva nominato da poco gastaldo in questi territori che a loro pertinevano; perciò, sciolti dal medesimo Atenolfo, ripresero la via per la quale erano venuti. Allora Atenolfo, tenuto consiglio con i suoi, inviò subdolamente il suo congiunto Sadi ad Atanasio, chiedendogli aiuto perché lo sostenesse a diventare conte unico in Capua. Udendo ciò, Atanasio ne fu contento, e si impegnò ad aiutarlo in tutto; e benché ciò fosse stato riferito a Landone da numerosissime persone, e ben tre, quattro volte, egli, dominato dalla sua solita indolenza e dall'inerzia, minimizzava la cosa e non dava alcun peso a tali annunci.
63. Landone, poi, ardendo per la febbre, andò a Teano per curarsi dell'infermità che lo aveva colto. Intanto Atenolfo non distolse né la sua mente né le sue azioni dal piano che aveva intrapreso, ma, ergendosi pronto e impetuoso per dar vita a quello che già da tempo aveva concepito nel suo cuore, era ansioso di andare presto a Napoli. Quando tale notizia giunse all'orecchio di Landone, egli subito inviò a Capua Alciso e Adelfrido, affinché con la loro esortazione distogliessero Atenolfo dalla strada iniziata, e aggiunse: "Io, poi, vi seguirò, quando avrò udita la messa e finito il pranzo". Quelli andarono, e trovarono Atenolfo, ma non riuscirono a trattenerlo; era infatti giorno di domenica. Giunto, poi, Landone, non lo trovò più, perché se n'era già andato. Allora Landone attese il suo ritorno, e, quando venne, gli chiese assieme agli altri fratelli: "Che cosa hai fatto là dove sei andato?". Egli li rabbonì con parole concilianti e ingannevoli, ed essi, troppo creduli, si tranquillizzarono prestandogli fede. Landone, intuì l'inganno del fratello, ma, appannato dalla debolezza e infiacchito dalla trascurataggine, non rendendosi conto della freccia occulta che lo colpiva, finché non ne furono trafitte le fibre del suo fegato, tornò a Teano per curarsi; e poiché suo fratello Landolfo(195) lo venne a trovare, Landonolfo fu lasciato solo nella città.
64. Atenolfo notò la cosa, e, vedendo che gli si presentava l'occasione opportuna, prima simulò di uscire dalla città con la moglie e i figli e di andare a Calvi, come per abitarvi; intanto, presi accordi con alcuni giovani avidi di denaro, stretto un impegno e promessi molti doni, ruppe il patto che aveva giurato ben tre volte con i figli di Landone, e, giunto il tempo del sonno, il sabato dopo l'Epifania, cioè il sette di gennaio, chiamò i suoi amici e si avventò sui figli di Landone per combatterli (887). Costoro reagirono con prontezza nei confronti di tale tentativo, ma, poiché quelli nei quali confidavano fuggirono, si trovarono fortemente disorientati. Ed erano turbati specialmente perché credevano che fosse coinvolto in questa contesa Landone con tutti i suoi fratelli. Allora, vedendo d'esser stati abbandonati da tutti, Landonolfo, Pandone e il loro nipote Guaiferio, si ritirarono di fronte a Atenolfo, e, uscendo di notte dalla città, si recarono a Teano, mentre dalla città gli gridavano dietro: "Non andate a Teano, perché sarete fatti prigionieri certissimamente!". Quando quelli si avvicinarono a Teano, cominciarono a esitare, nel dubbio che forse sarebbero stati assoggettati a Landone; ma, annunciato il loro arrivo, furono accolti con grandissimo riguardo.
65. Atenolfo, assumendo il gastaldato di Capua da solo, immediatamente ordinò di esser chiamato conte, e subito inviò ad Atanasio suo figlio come ostaggio, così come aveva promesso nel suo impegno e gli consegnò la Terra di Lavoro e Capua sotto giuramento. Atanasio trattenne il figlio di lui, a garanzia che il detto Atenolfo soddisfacesse l'impegno pattuito da lui col duca Guidone, e quando accettò l'impegno coi Franchi, gli restituì suo figlio, e la pace fra i due fu mantenuta per un anno e tre mesi. Nel medesimo torno di tempo, Atenolfo mandò come ambasciatori a Roma il venerabile abate Maione e il diacono Dauferio, per offrire sottomissione al pio papa Stefano, ed essergli servo personale; e promise di restituirgli gli abitanti di Gaeta, che precedentemente aveva preso con la scaltrezza, e di aiutarlo contro i Saraceni che erano insediati sul Garigliano(196). Ma poi, dimentico di tutte queste promesse che aveva fatto, non ne adempì nessuna.
66. In questi tempi, il generale Teofilatto venne ostilmente da Bari a Teano durante l'inverno, tentando di assalire i Saraceni; ma, non ottenendo nessun risultato, se ne tornò via a mani vuote; andando a Napoli, ricevette Marino, gastaldo del castello di Sant'Agata, ribelle ad Aione, e ritornando in Apulia prese con la forza alcuni luoghi fortificati dello stesso Aione. Per cui, colta l'occasione, Aione iniziò un atteggiamento di ribellione nei confronti del potere degli Augusti, ma ciò sarà descritto a suo luogo.
67. Prima di questo tempo il principe Guaimario, pieno di fiducia, si era recato a Costantinopoli presso il seggio degli Augusti, dai quali fu accolto con benignità e fatto patrizio, e fu rimandato con onore alla sua sede. Durante la sua permanenza lì, l'ostilità che Atanasio provava si tradusse in atti e, facendo muovere i Greci e i Napoletani, e tutti i Capuani in generale, li mandò contro il castello di Avellino, che era allora sotto il comando di Landolfo di Suessola. All'arrivo dell'esercito, il castello fu subito preso per il tradimento di quelli che stavano dentro, e in esso fu catturato Landolfo col figlio più giovane e la nuora di lui, cioè la moglie di Landone, il quale era andato via con Guaimario.
68. Successi così questi avvenimenti, Landone, persuaso da Adelgiso e dagli altri Capuani, portato assieme a Guaiferio in un carro che trasportava materiale requisito, entrò nella città di Capua, e si recò nell'aula episcopale, dove pochi dei suoi si riunirono; Atenolfo arrivò rapido e allora si fece uno scontro, nel quale morì Vaiane, personaggio illustre, per cui lo scoraggiamento prese quelli della parte di Landone, e cominciarono a abbandonarlo e ad associarsi ad Atenolfo. Allora, sia pure con falsità, i fratelli si diedero mutuamente il bacio della pace, che non avevano affatto nello scrigno del cuore. Quando Landone e Guaiferio tornarono alle proprie sedi dopo questi fatti, tutti gli altri loro sostenitori furono presi e messi in catene; e fra loro fu preso, e cacciato in carcere, anche il presule Landolfo. Trascorso non molto tempo, furono tutti liberati un giorno dopo l'altro.
69. In quei giorni, quando Atenolfo assunse il potere del gastaldato, e i fratelli erano in esilio, ordinò di sequestrare tutti i possessi che Benedetto aveva nella città di Capua. Per questo motivo, io stesso, inviato alla sede apostolica dal venerabile abate Angelario, mi presentai al sommo pontefice a porgergli una supplica riguardante la requisizione delle nostre cose; e da lui ebbi la benedizione per i fratelli e un privilegio per il nostro cenobio, e riportai al suddetto gastaldo una lettera di esortazione. La proprietà del Signore che era stata sottratta fu restituita, la mia, invece, mi fu tolta del tutto; poco tempo dopo, Atenolfo, per un sentimento di ostilità, mi tolse con la forza anche la piccola stanza che mi era stata assegnata dall'abate. 
70. Frattanto, dopo che Atenolfo s'era impadronito dei Capuani, Atanasio, sentendo che Capua era fortemente in difficoltà, cominciò a cercare un'occasione contro Atenolfo, e a chiedergli di consegnare ostaggi o di rinnovare la pace. Ci fu uno scambio di messaggi fra l'uno e l'altro, e il già detto abate Maione e Aussenzio partirono per Napoli. Atanasio ordinò loro di andare all'anfiteatro, e volle che insieme lì fosse presente Atenolfo, di modo che, stabilito l'impegno insieme con il comandante Guaiferio, inviasse da Capua, quali ostaggi, suo figlio con un certo numero d'altre persone. Mentre faceva questo, però, tendeva insidie occulte con i Greci e i suoi per prenderli. Ma poiché, come si indovina, il tranello progettato - che poi doveva esser punito dal cielo - non era del tutto perfetto, accadde un contrattempo; e Atenolfo chiuse suo figlio dentro la città, e mandò nell'anfiteatro i sopraddetti uomini. Atanasio fece uscire subito un drappello di Greci, che prese tali uomini assieme ad altri, e depredò duramente tutta Capua; poi, inviando senza indugio tutta la cavalleria e la fanteria, fece tagliare alla base e distruggere completamente tutte le piante di Capua.
71. (888) Poiché Dio, però, conosceva in anticipo la malizia di quell'uomo, e voleva offrire ai Capuani misericordia in una persecuzione così crudele ed empia, permise che Atanasio si lasciasse andare a tanta iattanza da far depredare due, tre volte anche il territorio di Benevento. Aione, allora, stando a Bari, combatteva contro i Greci che lo attaccavano. Udendo ciò, abbandonò la sua trascuratezza, e venne di nascosto con quasi tremila combattenti al castello di Avellino; e quando seppe che i Greci con i Napoletani erano fermi contro Capua e che la devastavano a fondo, con audacia volle andare subito direttamente contro di loro. Ma un certo Dauferio, che per indole seminava zizzania, padre del nostro Dauferio, uscito dalla città di Benevento, come se volesse seguire il principe, s'affrettò subdolamente di corsa a Capua per altra via, e avvertì quell'esercito dell'arrivo di Aione. Allora essi, lasciata Capua, tornarono precipitosamente a Napoli. Aione, giunto al termine della marcia, non li trovò, e allora entrò nella Terra di Lavoro, e con lui andò anche Atenolfo; e dopo aver bruciato e saccheggiato quasi tutta la Terra di Lavoro, portata via la gente e gli animali, riempiti di sassi i pozzi, andò all'anfiteatro. Fermandosi lì per alcuni giorni, Io assalì poderosamente con macchine e varie armi. Poi, partendosene, si fermò contro il castello di Sant'Agata, e, dopo aver riaccolto il gastaldo Marino, prima a lui ribelle, che si poneva nelle sue mani, se ne andò; rimasto per qualche tempo a Benevento, tornò a Bari passando per Siponto.
72. Atenolfo, sottomettendosi ad Aione con un giuramento, ricevette da lui in suo aiuto circa centiventi combattenti, con i quali depredò gravemente tutta la Terra di Lavoro. Ma dato che talvolta la disperazione suol far nascere una situazione pericolosa, i Materesi, mossisi alla rinfusa da Calvi con alquanti Capuani, andando in giro per la terra di Lavoro depredarono Suessola, e poi si disposero a tornare. Contro di loro andò un esercito di Greci e di Napoletani e, venuti a conflitto vicino al fiume Clanio, la parte di Atenolfo prevalse su quella dei Greci; ma sopravvenendo la schiera dell'anfiteatro, furono circondati alle spalle e al centro, e furono sconfitti, in parte catturati, in parte uccisi dalle spade. Atanasio prese baldanza da questo fatto e cominciò a cercare la guerra; per cui Atenolfo, agendo con rapidità, subito andò con i suoi ad Atella, ma, non avendo trovato possibilità di scontro, ritornò alle sue sedi. 
73. Non molto dopo, per istigazione del nemico del genere umano, Atanasio raccolse un numeroso esercito, misto di Greci, Napoletani e Ismailiti, di cavalleria e di fanteria, e li mandò a combattere contro Capita. Contro di loro andò Atenolfo, oltre il fiume Clamo, presso San Carcio, avendo al suo seguito le forze mandategli in aiuto da Aione, ed anche i Saraceni. Ma i Saraceni dell'una e dell'altra parte si collegarono, e stettero fermi senza offrire aiuto a nessuno. Atenolfo, vedendo la situazione, ergendosi più impetuosamente contro i suoi nemici e superandoli al primo assalto col suo possente valore, li schiacciò fino all'ultima distruzione: moltissimi ne uccise, molti ne catturò, gli altri li costrinse a fuggire dalla città, e, vincitore e trionfante, tornò all'accampamento carico di preda e lieto con tutti i suoi; perse un solo uomo, di nome Alderico, e per di più ucciso dai suoi, come raccontano. Da questo giorno la potenza di Atenolfo cominciò a crescere, e quella di Atanasio a decadere. Da questo punto cominciò a saccheggiare tutte le coltivazioni di quelli che stavano nel Colosso, e a portare in città tutti i loro beni con diversi veicoli.
74. Quello che narro lo odano tutti gli orecchi, nella misura in cui il Signore spesso diceva sotto forma di parabola ai suoi seguaci: "Chi ha orecchi per intendere, intenda", affinché ogni uomo tema, contempli stupito e torni a Dio, pur anche tardi, e non gli succeda, a mantenere l'animo ostinato, quello che avvenne a Datan e a Abiron nella loro superbia, e capitò anche a Cora con i suoi sostenitori. Infatti il potere di Guaiferio, comandante del Colosso, il quale compì di sua mano o fece commettere quasi tutti i mali che accaddero ai suoi giorni, per i cui tranelli la terra romana fu saccheggiata e la regione di Benevento fu piena di desolazione, prese inizio e fine in questo luogo. Fu per giudizio di Dio, quindi, che la sua scelleratezza ebbe per conclusione una fine violenta cosiffatta: infatti, per ispirazione della grazia superna dalla quale procede ogni bene, quelli ch'egli credeva l'avrebbero salvato si posero contro di lui, e, insorgendo con animo mutato, lo presero e lo misero in catene saccheggiando i suoi beni. Poi, riaccostandosi a quell'unico dal quale non erano mai stati diabolicamente separati, si accordarono con Atenolfo e rimandarono a Capua quello spregevole comandante, perché si nutrisse col pane della tribolazione e con l'acqua dell'angoscia. Fatto ciò, tutti quelli che una volta erano stati arrogantemente mandati in esilio, tornarono obbedienti alle proprie sedi, e ci furono grande gioia, pace e sicurezza; cominciarono a imporsi quelli che erano soliti obbedire, e quelli che per trecento e più anni avevano imperato con le leggi, cominciarono a comandare a coloro che avevano dominato solo per alcuni giorni e insieme con i Saraceni. Allora la schiera dei Longobardi cominciò a regnare sopra quelli che aveva sempre soggiogato con le armi.
 75. Frattanto, Atanasio, vedendo che era stato superato in ogni cosa, per vergogna della pace che gli veniva offerta chiese un trattato; lo ottenne, e, offerto il giuramento, si impegnarono vicendevolmente(197). Come prima cosa stabilì un impegno saldissimo, per il tempo di un mese o di un anno(198); ma esso non resistette neppure dodici giorni. E poi, gli Ismailiti, spargendosi da ogni parte, invitati da tutti, divorarono ogni cosa, consumarono tutto, e si levarono unanimemente contro Napoli. Con equo peso della bilancia, egli e colpì anche lo stesso soglio superno, e sarebbe stato abbattuto senza dubbio da coloro con i quali aveva abbattuto quasi tutta la stirpe dei cristiani; così come dice Giovanni nell'Apocalisse, anzi, come dice il Signore per bocca di Giovanni, a proposito di Babilonia: "Tutto quello che vi offrì da bere, ricambiateglielo; nel bicchiere in cui egli versò, versategli il doppio". Udendo queste cose, non vogliate credere che Dio le abbia compiute per i meriti di una qualche persona eminente: lo fece per sua misericordia e avendo guardato alle miserie degli uomini, come egli stesso dice per bocca del salmista: "Invocami nel giorno della tua tribolazione, ti libererò e tu mi glorificherai". Infatti dice al peccatore: "Perché racconti gli atti della mia giustizia", eccetera, fino a "Facesti questo e io tacqui, hai apprezzato l'iniquità; in che cosa, dunque, sarò simile a te?". Una cosa, tuttavia, mi turba, quando il profeta dice: "Chi fa preda, non sarà egli stesso oggetto di preda?". Che sarà dunque di quelli che predano il prossimo, uomini e donne, e li mandano nel postribolo? davvero saranno predati, poi? Allo stesso modo, allora, come sono devastati i Napoletani che devastarono, così saremo divorati, forse, anche noi che ora divoriamo. Beati, dunque, quelli che, custodendoli il Signore, restano immuni dalla tempesta di questo secolo, dove regna ogni male e nessun bene senza il Signore, e sono annoverati nella vita eterna, dove ogni felicità e ogni beatitudine fiorisce nei secoli dei secoli. Amen.
 76. Aione, infine, da Benevento attraverso Siponto andò a Bari, ove trovò che stava Costantino, patrizio e uomo(199) di corte degli Augusti, il quale combatteva energicamente i ribelli degli imperatori; contro costui si gettò audacemente Aione, sorretto dall'appoggio degli Ismailiti e sostenuto da una schiera di fanti apuli, prevalendo al primo assalto, e uccise molti dei nemici. Poi, fortemente indebolito da Costantino, il quale stava fermo con tremila cavalli in luogo sicuro, riuscì ad entrare nella città di Bari, faticosamente, con un certo numero dei suoi; lasciò gli altri alle spade o li abbandonò alla prigionia. Egli, coperto dalla fortificazione dei Greci, si nascose entro la città, cercando l'appoggio di Atenolfo, che precedentemente aveva protetto, e non lo trovò; e non riuscì a ottenere i Franchi e gli Agareni, pur invitandoli spesso in varie forme e promettendo aurei. 
77. Atenolfo, dunque, mantenne la pace con Atanasio per dodici giorni, poi, rotto l'impegno, ciascuna delle due parti si gettò a far preda. Ma i Capuani, divenuti molto più forti, da soli e con i Saraceni lacerarono gravemente con devastazioni Napoli e le terre attorno, consumando tutto come fuoco, per equo giudizio di Dio, affinché colui(200), il quale consegnò ai Saraceni, alle spade e alla prigionia, innumerevoli cristiani, e si arricchì con i loro beni, non a torto fosse flagellato da questi, e consumato e depredato, secondo il detto di Salomone: "Chi curerà l'incantatore una volta morso dal serpente?".
78. Intanto Atenolfo, dopo la cattura del vescovo e dopo aver vincolato tutto il clero con un giuramento, si volse a imporre nuovi e inusitati diritti di legge. Infatti, costrinse i monaci del beato Benedetto a giurare per i beni perduti, mentre invece era stato concesso da tutti i principi del passato e da tutti gli imperatori Franchi che nessun uomo doveva impegnare sé stesso con un giuramento, eccetto i soldati; ma in questa faccenda si mostrò più accorto e più valido dei precedenti. 
79. Defunto Lamberto, figlio di Guidone il Vecchio, lasciò Spoleto a suo figlio; morto anche lui, Guidone il giovane assunse il potere di Spoleto e di Camerino, e fece la pace con i Saraceni accampati a Sepino, dando e ricevendo ostaggi; al tempo di costui, i sopraddetti cenobi, città e fortezze tutte furono presi e bruciati dai Saraceni. Inviò una delegazione alla città capitale(201) e, comportandosi contro il diritto, accettò denaro. Per la qual cosa fu preso dall'imperatore Carlo III e, se non si fosse dato alla fuga, avrebbe avuto la testa tagliata. Di questo Guidone narro un solo fatto, di natura non comune, che fu compiuto al Garigliano (833). Quando questo duce si dirigeva da Siponto a Capua accompagnato da Atenolfo, massacrò l'ismailita Arrane, tiranno crudelissimo, assieme a circa trecento suoi seguaci, nel luogo detto Caudio (887)(202). Allorché, poi, venne a sapere che l'imperatore Carlo stava in fin di vita, preso dal desiderio di diventare re e ingannato dai suoi compatrioti, lasciò la provincia di Benevento a lui soggetta e il ducato di Spoleto, e andò in Gallia per ottenere il trono. La terra di Benevento venne presa dai Greci, e Spoleto fu depredato dagli Agareni: ma egli non si fece né vedere, né sentire. Quando, infine, apparve e fu udito, compì e disse cose che narrerò ordinatamente per chi vuol saperle.
80. (888) Frattanto, mentre Aione stava assediato dai Greci nella città di Bari, e chiedeva insistentemente aiuto ai Franchi e ai suoi, Atenolfo, temendo le minacce di Atanasio, inviò i suoi ambasciatori al patrizio Costantino, che stava fermo di fronte a quella città, e strinse un trattato di pace con lui, distogliendo con astuto inganno forze ad Aione per resistere. Aione, vedendosi frustrato da questi e simili inganni, ne fu crucciato; alla fine, costretto dalla necessità, fece la pace con il patrizio, e cedette la città, tornando alle sue sedi; e proferì minacce non vane contro Atenolfo e contro l'abate Maione, che aveva condotto quella legazione. Nella stessa circostanza, mentre Atenolfo si disponeva a inviare il nostro diacono Dauferio a Taranto e da lì alla città regia(203), questi si lagnò con lui per la propria indigenza; scoppiato un contrasto, ruppero i rapporti fra di loro, e, mentre Atenolfo restava a dimorare a Capua, Dauferio si diresse a Teano per fermarvisi. Poco dopo, ristabilita la concordia, tornò da colui dal quale si era separato. 
81. Durante lo stesso periodo di tempo, i Greci arrivarono con una flotta da Costantinopoli alla terra di Reggio dove, a loro volta, giungevano gli Ismailiti, provenendo dall'Africa e dalla Sicilia, e ambedue i gruppi si scontrarono tra Messina, città della Sicilia, e Reggio; per un po' di tempo ambedue le parti si batterono, ma poi i Greci furono vinti, e gli altri Greci che rimasero furono scossi da tanto terrore che in massa, uomini, donne e i bambini, abbandonarono le due città con tutti i beni, e cercarono aiuto, senza che nessuno facesse guerra. Perché, dunque, la divina giustizia abbia permesso che tale evento succedesse a quella gente bestiale, lo narrerò brevemente. I Greci, sia per abitudini, sia per animo, sono simili alle bestie: cristiani di nome, ma per costumi peggiori degli Agareni. Essi, cioè, predavano tutti i fedeli con le loro mani, e li compravano dai Saraceni, e alcuni li ponevano in vendita e riempivano i lidi dell'oceano(204), altri li riservavano ad esser schiavi e schiave. Dio, vedendo fatti tali e simili a questi, li consegnò all'infamia e allo scempio, perché perissero, e riflettessero e capissero che nelle loro opere crudeli avevano colpito Dio. Ciò avvenne nello stretto spazio di mare che divide Reggio dalla Sicilia, luogo che una volta era terra, ma in tempo recente è stato occupato dal mare di Faro. Queste cose furono compiute nel mese di ottobre dell'anno del Signore 888.
82. In quest'anno, tornò in Italia Guidone, che aveva desiderato diventare imperatore dei Franchi, ma non aveva potuto, e combatté presso la città di Brescia con Berengario e lo stesso duca; in questa battaglia le schiere di ciascuna delle due parti furono crudelmente massacrate. Le spoglie degli uccisi furono raccolte da Berengario, tuttavia si impegnarono reciprocamente ad una tregua fino all'Epifania, che si celebra il sei di gennaio (889). Come, poi, ciascuno di loro si sia orientato alla pace o alla guerra, e ciò che fecero in seguito, lo inserirò nella presente opera.
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FINE.
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NOTE al testo.
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(144) Paolo di Varnefrido, diacono di Cividale del Friuli, vissuto tra gli anni 720 e 799, il quale scrisse una Storia dei Longobardi con particolare attenzione alle vicende di Cividale.
(145) Rachis, già duca del Friuli, re dei Longobardi (745-749), deposto dopo aver tolto l'assedio a Perugia. Si ritirò in convento a Montecassino.
(146) In effetti, dopo Rachis divenne re suo fratello Astolfo (749- 756), e quindi Desiderio, che nel 774 venne abbattuto dal re dei Franchi Carlo Magno, il quale si considerò successore del re longobardo, unendo insieme il regno dei Franchi e dei Longobardi.
(147) Secondo la tradizione, Marco avrebbe trascritto i racconti di Pietro, e Luca riporterebbe la predicazione di Paolo.
(148) Carlo Magno, re dei Franchi; con Italia, qui si indica l'Italia settentrionale, che aveva Pavia quale capitale del regno longobardo.
(149) Il re Desiderio.
(150) I testi riportano Liguria o Leguria, da interpretare come variante di Leburia, cioè Terra Leboriae, dall'antica popolazione dei Leborini; grosso modo, l'attuale provincia di Caserta.
(151) Nei testi è indicato come Cimiterio.
(152) Il richiamo etimologico del testo originale non è traducibile in italiano.
(153) Imo. È da intendere, però, che Arichi restaurò Salerno.
(154) Cioè dell'imperatore di Bisanzio.
(155) Il demonio.
(156) È il governatore militare di Napoli, che si era salvato dalla strage narrata poco prima.
(157) L'inferno.
(158) Figlio di Carlo Magno, Lodovico il Pio regnò dall'818 all'840. Erchemberto fa riferimento alla battaglia del "Campo delle menzogne" presso Kolmar, nella quale i suoi tre figli maggiori, Lotario, Pipino e Ludovico, preoccupati per l'eccessivo potere che il padre stava dando al loro fratellastro Carlo, figlio della seconda moglie Giuditta, sconfissero il padre e lo deposero. Lodovico venne, poi, rimesso sul trono (834) da Pipino e Lodovico, preoccupati dalla crescente potenza di Lotario.
(159) A cominciare da Carlo Magno.
(160) Carlo il Calvo.
(161) Di Rofrido? La narrazione non sembra perspicua nel distinguere gli atti di Sicardo e di Rofrido.
(162) Abate di Montecassino.
(163) Integrazione di Waitz, sembrando il luogo corrotto.
(164) ["Era stata costruita oltre il Volturno e il fiume Triflisco, sopra un colle che era chiamato anche Triflisco, ora Palombara. I Ruderi si chiamano ancora "il castello vecchio di Palombara"" (Pratillo).
(165) Il ms. riporta "castrum Cananense". In margine, con una mano del secolo XV o XVI, è stato scritto: "Fu città, ma ora è distrutta, presso Barolo e oggi il luogo è detto primo (?) presso Canne". Pratillo fa l'ipotesi della città di Canosa.
(166) Khalfun.
(167) Il testo presenta l'espressione "Mala arbor, modo malus infigendus est cuneus", che non ha molto senso; l'interpretazione potrebbe essere "Malae arboris nodo malus infìgendus est cuneus", cioè, letteralmente, "Nel nodo di un cattivo albero va piantato un cattivo chiodo", che è, nella sostanza, il proverbio citato nella traduzione.
(168) A poca distanza da Manfredonia.
(169) Il testo è incerto.SecondoII il Calvo, morto nell'877. I figli sono Ludovico Secondo (855-875), che ebbe il titolo di imperatore; Lotario II, il cui territorio, la Lotaringia, venne poi chiamato Lorena; e Carlo, che ebbe la Borgogna e la Provenza.
(171) Leone Ost. 1,29 completa così: "ed anche dal venerabile abate Bassacio, affinché egli venisse da queste parti e li sottraesse alla devastazione dei nefandi Saraceni e si degnasse di porre fine a tante calamità".
(172) Ponte romano, distrutto nel 1943. La città, alla quale Erchemberto fa riferimento più sotto, è Capua (nuova).
(173) Guidone di Spoleto.
(174) Secondo l'interpretazione proposta da Waitz, il luogo andrebbe inteso così: "(...) e la colpì gravemente, poiché il già detto Ademario non voleva sottomettersi a causa della disonestà del presule Landolfo e di Landonolfo, (...)".
(175) Guaiferio.
(176) Pare che sia deformazione dell'appellativo "sultano". Secondo Amari, si tratta di Mofareg-ibn-Sàlem.
(177) Chron. Vult. aggiunge "Telesia, Alife, Sepinio, Boviano e Isernia".
(178) Carlo il Calvo, incoronato imperatore da papa Giovanni Ottavo nell'875.
(179) Uno dei nomi medievali che indicano l'anfiteatro di Capua.
(180) "Nella contea di Teano, non lontano dal castello di Conca, sul monte Piano" (Pratillo).
(181) Altra denominazione medievale dell'anfiteatro di Capua Vetere.
(182) Calvi vecchia, l'antica Cales.
(183) Landolfo.
(184) Di Montecassino.
(185) Cioè di ordinare vescovo Landonolfo.
(186) Il testo dà "Antenianus". "Era un villaggio a circa un miglio oltre Capua nuova, verso aquilone, e chiamato Antignano" (Pratillo).
(187) Forse Soheim.
(188) Il testo riporta "vestibus", ma è più probabile "vepribus".
(189) Costantinopoli.
(190) Oggi assorbito nel canale dei Regi Lagni.
(191) Dio.
(192) Dignità di Palazzo e militare. I membri di tale gruppo erano persone sceltissime per nobiltà di famiglia, ricchezze e doti personali, ed erano adibiti alla custodia dell'imperatore.
(193) ["Torre di Sant'Erasmo, non lontano dal teatro" (Pratillo).
(194) Al servizio del duca di Napoli.
(195) Il testo porta "Landonolfus", ma va letto Landolfus.
(196) A Traetto.
(197) Atenolfo e Atanasio.
(198) Il testo dice: "aut mensem aut tempus annotinum", ma probabilmente il luogo è corrotto.
(199) Probabilmente è da intendere baiulo.
(200) Atanasio.
(201) Costantinopoli.
(202) Alle Forche Caudine.
(203) Costantinopoli.
(204) Come schiavi rematori nelle navi. Cioè vinse Berengario.
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...
FINE.